“Il grande spettacolo del cielo. Otto visioni dell’universo dall’antichità ai nostri giorni” di Marco Bersanelli

                                                       

Edito dalla casa editrice Sperling & Kupfer questo libro ci conduce attraverso un percorso interessante, le rappresentazioni del cosmo nella storia dai primi uomini ai nostri giorni. Un libro non per esperti, ma per appassionati della storia umana. 

 

Marco Bersanelli è docente di Astronomia e Astrofisica all’Università di Milano e uno dei responsabili scientifici della missione spaziale Plank dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea, ma il suo non è un libro solo per esperti della disciplina. L’autore, infatti, ci presenta un racconto romanzato dell’avventura umana della conoscenza iniziata alzando lo sguardo alle stelle, una storia della cultura occidentale in cui la ricerca perenne delle proprie origini si intreccia con le osservazioni cosmologiche, in questo percorso ogni tappa ci fa addentrare un po’ di più nel mistero che avvolge l’uomo e l'universo in un rapporto reciproco.

I graffiti delle grotte di Lascaux ci dimostrano che già i primi uomini pieni di meraviglia erano colpiti dalla bellezza e dal mistero di ciò che li circondava, forse più di noi per il rapporto diretto che vivevano con la natura in cui erano totalmente immersi, senza mediazioni. Guardare alle stelle, chiedersi quale incidenza potessero avere gli astri sulla loro vita li portò a realizzare mappe cosmiche oltre che a rappresentare il cosmo artisticamente e a concepirlo religiosamente come il luogo del divino e questo affiorare di una cultura astronomica in parti diverse del mondo è segno che il desiderio di conoscere è proprio di tutti gli uomini. Certo queste prime rappresentazioni del cosmo sono confinate nell’ambito di spiegazioni mitologiche della realtà e non giungono alla configurazione di modelli geometrici dell'universo. Saranno gli Ebrei che con la loro fede in un Dio unico e razionale concepiranno un universo ordinato derivante  dall'attività generatrice del divino rispetto alla quale percepiscono lo stupore per essere stati chiamati, malgrado la loro sproporzione, a collaborare alla creazione, come si può leggere nel salmo 8 ”Se guardo il cielo, opera delle tue dita,/ la luna e le stelle che tu hai fissate,/ che cosa è l’uomo perché te ne ricordi/ e il figlio dell'uomo perché te ne curi?/ Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli...... 

La concezione ebraico-cristiana del Dio unico si incontrerà con la speculazione filosofica greca, con le domande sull’origine di tutto che per la prima volta affiorano alla coscienza in modo consapevole e organico: “esiste un principio unitario di tutta la realtà? E, se c’è, in cosa consiste? Che cosa regola il movimento e dà ordine al mondo?.”, interrogativi che nascevano dall’intuizione che ci dovesse essere un principio ultimo della realtà, l’archè, a cui la ragione umana potesse accedere perché razionale e corrispondente alla natura dell’uomo, tutta la filosofia greca si muoverà a partire dall’ipotesi dell'esistenza di questo principio ultimo e generatore di armonia e bellezza. 

La concezione del cosmo del mondo greco viene fatta propria in epoca medioevale da una cultura ormai totalmente cristiana per la quale l'ordine naturale non è più un’armonia fine a se stessa, ma segno della Provvidenza di Dio che ha creato tutto per amore e ogni cosa ha un suo significato profondo come suggerisce Dante nel I canto del Paradiso: “Le cose tutte quante/ hanno ordine tra loro, e questo è forma/ che l'universo a Dio fa simigliante.”,  sta all’uomo cercare di scoprire questa correlazione fra le cose che rimanda al rapporto intimo fra il mondo fisico e il divino. 

Nel corso della storia, grazie allo sviluppo scientifico, la visione del cosmo si è modificata e come scrive Bersanelli: “che cosa dovrebbe farci pensare di essere giunti, proprio noi, al punto di arrivo? Questa è un’avventura destinata a proseguire nei secoli. 

Che la scienza continui il suo percorso è inevitabile, per quanto oggi l'universo abbia meno segreti, il mistero delle cose permane e l’uomo non può fare a meno di indagare per avvicinarsi per tentativi al significato esauriente delle cose e rispondere a quella domanda ultima che da sempre si pone e che più di ogni altra lo appassiona, come nei suoi versi chiaramente Leopardi esprime: “….E quando miro in cielo arder le stelle;/ dico fra me pensando:/ a che tante facelle?/ che fa l’aria infinita, e quel profondo/ infinito seren? Che vuol dir questa/ solitudine immensa? ed io che sono?...”.  L’unica condizione perché il cammino continui, però, non è tanto il progredire della tecnologia o la capacità di investimenti nella ricerca ma che l’uomo di oggi e di domani sia sempre capace di alzare lo sguardo al cielo e meravigliarsi dinanzi allo spettacolo della natura.

 

 

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