“Dio vive nella città”. Una nota sui versi di Vincenzo Ceruso

Fin dal titolo la raccolta di versi di Vincenzo Ceruso si presenta indossando le vesti del dubbio e dell’interrogativo. “Dio vive nella città” appare in chiare lettere sulla copertina del libro, edito da Mohicani Edizioni, ma, sorge quasi spontanea la domanda, Dio non è forse ovunque? Perché la precisazione di un contesto spaziale? L’autore, pur dichiarando il debito nei confronti del teologo sudamericano Carlos Maria Galli, il cui lavoro è racchiuso nella pubblicazione “Dio vive in città. Verso una nuova pastorale urbana”, non precisa i confini e le vie della sua città.

Questa, fin dalle prime poesie, sembra richiedere uno status specifico e, potremmo dire, superiore (o ulteriore?), nonostante possa ricalcare, quasi in trasparenza, i colori e i contorni della città natia dell’autore. Il mare, il dolore e i contrasti richiamati nel testo “Se verrai nella mia città” non possono che disegnare Palermo. Ma immediatamente la maiuscola (nella mia Città il mare/ si sottrae agli sguardi come una fanciulla ritrosa) richiama a un’eco diversa, a una suggestione quasi agostiniana.

All’interno della raccolta si intrecciano temi e incontri diversi, uniti da un perenne dialogo e incominciamento, da una sempre nuova apertura verso un altro, un tu che si muove, senza interruzioni, tra il qui e l’oltre, tra il minuscolo e il maiuscolo. E, quasi a stringere questo patto, l’attesa di un segno o di un abbraccio, di qualcosa che oltrepassi i confini della città e delle sue costruzioni (Eugenio ha due figli nascosti nel portafogli/ che mostra agli amici/come fossero reliquie. Dice/ di essere stato lasciato dalla moglie […]. Si siede davanti alla porta/ e attende), quindi l’attesa e la ricerca di un senso, perché c’è ancora un senso da cercare.

La speranza- quella speranza che l’autore colloca nelle parole di Abramo- non si pone, e non potrebbe farlo, come un fine raggiunto e concluso. Nella consapevolezza di un denso smarrimento umano, l’autore chiede una sopravvivenza, una salvezza, un rifugio contro il nulla, come mostrano i versi in esergo di David Maria Turoldo (Nel denso smarrimento/che almeno sopravviva/la nostra amicizia) o la poesia “Archivio” (Per non disperdere / quel che conta veramente/ bisognerebbe avere un archivio).

I volti che l’autore pone sulle pagine e per i quali chiede salvezza sono volti reali, i volti di coloro che hanno popolato le vie della sua città, esteriore e interiore. Ahmed, il ragazzo algerino fuggito dalla sua terra, o Sergio Farruggia, predicatore della Chiesa valdese di Palermo: questi, con i loro nomi e le loro storie, chiedono e propongono uno sguardo diverso sulla realtà (quindi sul modo di abitarla) e sui rapporti umani. Significativa in tal senso la poesia “La stanza dello straniero”, in cui Ceruso, auspicando un’accoglienza senza nome e documenti, sembra ricordare l’ospitalità assoluta di Deridda.

Un’ospitalità che, coniugando un autentico dialogo con l’altro, permette di scoprire e comprendere quanto sia più viva, e umana, una vita spesa/ in umano colloquio.

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