A colloquio col professore Antonio Bellingreri in occasione della presentazione a Palermo dello Statuto e della Carta della Caritas diocesana

 

caritas diocesana convegno 2

La Chiesa nella sua struttura più profonda è una realtà pedagogica. La Caritas con la sua azione che non è solo caritativa contribuisce ad aiutare tutti gli uomini che si avvicinano al Signore ad acquistare la capacità di riconoscere la presenza reale di Gesù.

Dal suo punto di vista di esperto in formazione ed educazione che elementi di contatto vede con l’azione di volontariato e carità che la Caritas propone e mette in campo?

Questi elementi sono già ben presenti nello Statuto e nella Carta pastorale. All’art. 1 si dice che la funzione della Caritas è “prevalentemente pedagogica” e all’ art. 2 si precisa che ad essa “vengono affidati alcuni compiti di servizio pastorale e pedagogico”. Queste affermazioni derivano dalla struttura più profonda della Chiesa che è una realtà pedagogica. Il compito proprio della Chiesa è aiutare tutti gli uomini che si avvicinano al Signore ad acquistare la capacità di riconoscere la presenza reale di Gesù.

Cosa significa riconoscere la presenza reale di Gesù?

Presenza reale è innanzitutto la Sua Parola. Quando durante la Messa dopo le letture diciamo: “È parola del Signore”, affermiamo con la nostra fede che è il Signore che ci parla. Oppure quando noi parliamo dell’Eucarestia, noi confessiamo la presenza reale di Gesù. Diceva Jean Guitton: “In un frammento di materia inanimata, la più bassa nella scala dell’essere, nell’essere più povero, il pane, è contenuto realmente il mistero stesso della divinità di Gesù.

A tal proposito lei ha citato san Tommaso nel corso del suo intervento. Perché?

Quando cantiamo il Tantum ergo, diciamo: “Praestet fides supplementum / sensuum defectui”. San Tommaso dice a tal proposito che questo è un mistero così grande che solo la fede può spiegarlo. Ci vuole cioè un “supplemento” che è dato dalla fede per riconoscere la presenza reale, i sensi da soli non bastano. E poi ancora quando Gesù dice: “Quando due o tre di voi siete uniti nel mio nome, Io sono con voi” afferma la stessa cosa. Questo è il “carisma dell’unità” come lo chiamava la Serva di Dio Chiara Lubich. Ma per finire il mistero è divenuto ancora più grande quando Gesù ha voluto identificarsi con i poveri tra tutti i suoi fratelli. “Quello che avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me”, dice il Vangelo. Gesù ha avuto bisogno di un supplemento di incarnazione.

Sì, ma la Caritas?

La Caritas ci aiuta ad entrare dentro questo mistero: saper riconoscere la presenza di Gesù in particolare tra i poveri. Ricordo a tal proposito quanto Santa Teresa di Calcutta raccomandava alle sue consorelle: “Quando la mattina uscite dal convento fermatevi davanti alla prima persona bisognosa che la provvidenza vi fa incontrare, inginocchiatevi di fronte a questo fratello povero con la stessa devozione con cui voi prima in chiesa vi siete inginocchiate davanti all’Eucarestia”. Ora, la Carta Pastorale ci aiuta a capire che la capacità di riconoscere la presenza reale di Gesù non è una dote spontanea ma è sempre l’esito di un lavoro educativo e formativo.

Allora, che significa in questo contesto educare?

Educare una persona significa consegnare un ideale di vita buona. Per noi questo ideale è Gesù, è il suo Vangelo. Perché questo accada è necessario innanzitutto la testimonianza. Infatti, la vita si trasmette solo con la vita. Ma, attenzione: questa consegna non avviene se la testimonianza non è attraente. Noi non possiamo proporre niente agli altri se non corrisponde al desiderio di bellezza e felicità che hanno in cuore.

Come fa ad essere attraente la proposta della Caritas che richiede sempre impegno e sacrificio?

La proposta è attraente non se è facile e accattivante, ma se è tale da propendere verso la pienezza di senso e la felicità per la propria vita. Perché ciò sia possibile, è necessario anche che diventi “pane quotidiano”, cioè affronti tutti gli aspetti della vita umana. Ora, in questa proposta pedagogica della Caritas, con evidenza notiamo che il metodo della consegna coincide col suo contenuto fondamentale. Infatti, perché la consegna sia efficace, è necessario che il metodo sia una esperienza trasformante per il soggetto. Se non c’è un’azione trasformante, cioè che trasforma chi la fa, non c’è educazione, il soggetto rimane quello che è; ma è in una esperienza trasformante che si assimila il contenuto fondamentale. Questo l’ha detto anche il nostro Arcivescovo.

Quando?

Nella Messa Crismale del giovedì Santo, quando presentando la Carta e lo Statuto, ha proprio detto che dobbiamo dare agli altri quanto abbiamo ricevuto. Ricordo a tal proposito che nell’Antico Testamento si dice che bisogna amare gli altri come noi stessi. Ma Gesù nel Vangelo di Giovanni in qualche modo completa e porta ad un sovra-compimento questa affermazione, dicendo: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Ecco questa è un’altra misura. È la novità portata dal Cristo.

Parliamo adesso dei poveri. I poveri sono stati sempre visti come in contrapposizione ai ricchi, ma oggi sembra che le cose siano cambiate. Non sono i ricchi ad avere paura dei poveri ma quelli che nella scala sociale porremmo definire un po’ meno poveri degli ultimi. In fondo tutti abbiamo paura dei poveri. Perché?

Prima di rispondere racconto quello che io vedo, come tutti noi, ai semafori quando un povero prova a pulirci il vetro dell’auto in cambio di una moneta. In genere accadono due tipi di reazioni: La prima è quella di chi con un’azione preventiva cerca di dissuadere costoro nel proseguire nella loro opera di pulizia dei vetri: mettono in movimento il tergicristallo. Dicono con chiarezza che in fondo non desiderano avere rapporti con costoro. Non li guardano neppure in faccia e vanno via. La seconda è quella di quanti invece hanno sempre pronta una moneta da dare: nell’occasione ricevono pure un ringraziamento e possono guardare in faccia chi la riceve. Il primo soggetto mostra indubbiamente paura e rifugge il contatto; il secondo accetta il rapporto e esprime magari una compassione. Cito ancora Madre Teresa per spiegare che i poveri non sono solo quelli della povertà materiale: a chi le faceva notare che forse non era necessario aprire un luogo di accoglienza in una grande città americana, rispondeva che probabilmente in America non ci sono molti poveri dal punto di vista economico, ma certamente ci sono i poveri di amore o in senso spirituale. Ecco: la Caritas assiste i poveri, ma non solo quelli privi di alimenti o di medicine.

Ma non ci ha detto chi sono i poveri per lei?

Non essendo né economista né sociologo, posso dire con una prima considerazione di tipo psicologico, che la paura del povero è una paura doppia: primo perché è un altro, che potrebbe essermi concorrente; secondo, perché è diverso e io non riesco a inquadrarlo nelle mie categorie. Ciò è risultato particolarmente chiaro negli ultimi tempi quando alla figura del povero si è aggiunta quella dell’immigrato. Così quello che prima era solo un “altro”, ora in quanto immigrato e quindi diverso diventa un “nemico”. Da qui tutte le conseguenze, anche politiche ma non solo, che conosciamo.

Può essere più preciso? Cosa è accaduto a suo avviso?

È stato messo in atto un modo di giudicare che ha portato il giudizio sul povero dal livello soggettivo, quello della paura in senso psicologico, a quello oggettivo, quello della concorrenza o comunque del pericolo dal punto di vista economico. Oggi il povero viene spesso definito come colui che può costituire un attentato alla nostra integrità, in quanto nemico o concorrente. Così è tornato di moda quanto oltre cento anni fa scrisse M. Weber, nel suo famoso L’etica protestante e lo spirito del capitalismo il quale affermava che il povero è un disgraziato, cioè è uno che non ha saputo o voluto darsi da fare nella vita. Ma c’è anche un secondo argomento di maggiore attualità.

Quale?

Poiché i poveri sono oggi prevalentemente i migranti, a causa loro mancherebbe il lavoro agli italiani; in più essi non pagano i servizi di cui pure usufruiscono. Ora quanti studiano seriamente questi problemi dal punto di vista economico, ammettono che in Italia e in Europa gli immigrati costituiscono piuttosto una risorsa per tutto l’Occidente; lo dicono anche quanti che ne vorrebbero limitare l’ingresso. Ma ciò non contribuisce a modificare il giudizio sulla loro pericolosità.

Perché?

Il motivo è di natura ideologica. Un discorso ideologico, infatti, non chiarisce mai il proprio interesse. Tutti questi discorsi sono ideologici perché sono in realtà autocentrati o egostici. Ora a noi non compete trovare soluzione al problema migratorio che, lo ricordo a scanso di equivoci, è mondiale e connaturato alla storia dell’uomo. Senza pensare alla Sacra Famiglia e alla fuga in Egitto, basti ricordare Abramo e la storia del popolo ebraico. Ma dobbiamo farci però la domanda su quale debba essere l’atteggiamento giusto e buono da adottare?

E la risposta?

Basterebbe forse citare Schopenhauer, filosofo del pessimismo certamente non cristiano, il quale affermava che l’atteggiamento etico più giusto è la compassione, soprattutto per i poveri, perché l’etica della compassione porta alla condivisione della comune natura umana, della condizione umana. La nostra paura è ingiustificata sul piano soggettivo, mentre sul piano oggettivo è soltanto ideologica. Ora, per noi cristiani, si tratta di qualcosa di più della compassione: guardare ai poveri, tutti i poveri, è riconoscere Gesù; senza questo perde senso e il Vangelo e la Chiesa.

Parliamo allora della responsabilità dei cristiani. Qual è?

Il B. Charles de Foucauld diceva: la stragrande maggioranza degli uomini vive nel nascondimento. Gesù Cristo ha passato trent’anni su trentatré vivendo nascosto. Così si è unito in modo misterioso ma reale con la quasi totalità degli uomini, perché ne ha condiviso la povertà. Nel suo libro “La Terza Chiesa” Philip Jenkins, prendendo in prestito l’espressione molto nota “Terzo Mondo”, sostiene che la Chiesa mondiale del futuro sarà diffusa soprattutto in America Latina e in Africa, certamente meno in Europa. Ora, i poveri, a suo dire, saranno i poveri di Jaweh: quelli che leggendo il Vangelo si sentono letti; il Cristianesimo, a pieno titolo, apparirà allora come l’umanesimo delle Beatitudini, perché i poveri nel Discorso della montagna si sentono immediatamente letti, cioè si parla proprio di loro. Sarà un cristianesimo dal volto nuovo, molto simile a quello delle origini. Ecco questo è un buon punto di partenza anche per noi in Occidente.

Abbiamo parlato di Caritas, di poveri, ora bisogna parlare di volontariato. In un recentissimo libro, dal significativo titolo: “Ci salveremo”, Ferruccio De Bortoli sostiene che il nostro Paese “è migliore dell’immagine che proietta il suo governo: ha un grande capitale sociale, un volontariato diffuso, tantissime eccellenze”. Qual è il ruolo del volontariato dentro questo contesto?

Il volontariato è per certi versi un fenomeno ancora non ben conosciuto. Si calcola che in Italia ci siano più di cinque milioni di volontari. Non sempre tutte le realtà che ne fanno parte sono censite. Certamente, trattandosi di un fenomeno così vasto c’è tutto e il contrario di tutto. Ma c’è una realtà di base costituita dalle opere del cattolicesimo sociale, storicamente consolidata nella storia della Chiesa. Nella quasi totalità dei casi ci si trova impegnati nelle periferie esistenziali storiche, quelle rese famose dall’espressione usata da papa Francesco. Ad esse aderiscono molte persone, alcune che si potrebbero definire “diversamente credenti”. I giovani vanno in questi luoghi perché hanno una esigenza di senso. E perciò di fatto diventano per molti luoghi di ricerca identitaria. Chi vi è coinvolto vive azioni educative e formative trasformanti, quelle di cui abbiamo detto prima. Ma c’è dell’altro.

Cosa in particolare?

Sono luoghi di incontro intra- e inter-culturale. Sia perché si incontrano fratelli di fedi diverse sia perché i destinatari dell’azione di carità sono fratelli di fedi diverse. In questi luoghi si fa esperienza di come l’incontro con l’altro sia una risorsa. Nessuno può venire a capo della propria identità personale se non si incontra con l’altro cercando di capire il perché della differenza, L’altro che è diverso da me appartiene alla comune umanità, ma ne presenta un aspetto diverso che per me può essere arricchente se accetto la relazione come luogo di apprendimento e di crescita reciproca. L’ideale educativo che adesso è presente nel volontariato si può sintetizzare così: fare entrare nella riuscita di sé l’impegno per gli altri anche quando gli altri sono per lo più estranei. Questo è straordinariamente formativo perché impegna a dare tutto, soprattutto la cosa più preziosa: il tempo libero.

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