Dare voce al silenzio: “Il segreto all’opera” di Emanuela Mancino

 

copertina il segreto allopera di emanuela mancino 2

Il volume di Emanuela Mancino Il segreto all’opera, pratiche di riguardo per un’educazione del silenzio (2013) arricchisce sensibilmente la collana Accademia del silenzio, dell’editore milanese Mimesis. L’autrice pone sin dall’apertura una questione che interroga il rapporto che intercorre tra parola e silenzio, laddove la parola sul silenzio, aspetto apparentemente contraddittorio rispetto allo sguardo logico-razionale che il post-moderno normalmente assume come prospettiva unica del ‘dire’ o ‘non dire’, assume una nuova centralità e dischiude orizzonti di interpretazione finora inesplorati. Questo conduce ad una disamina volutamente e coerentemente sintetica che vive i margini del ‘dire’, le teorie formulate, le immagini che parola e silenzio evocano, ma che prende anche su di sé il peso cogente del silenzio che pare regnare sul silenzio.

All’interno di una trama discorsiva efficace, poiché completa nella sua ammirevole semplicità, l’autrice scandaglia minuziosamente gli usi linguistici che si richiamano ad un dire del silenzio, laddove il genitivo assume la sua doppia valenza indicando ad un tempo il modo nel quale ci si rapporta alla sua presenza-assenza, al suo statuto ambiguo ma creativo, ed al portato di comunicazione che questo, solitamente irreggimentato come punto zero dello scambio dialogico ed espressivo, implica e veicola. Se il gesto della responsabilità richiama al rispondere su cui tanta parte della filosofia contemporanea si è soffermata, il ‘non detto’ allude ad una duplicità intrinseca che mentre per un verso colloca la questione entro l’orizzonte del deresponsabilizzante ritrarsi, con tutte le implicazioni che ne derivano sui piani relazionale, psicologico e di potere, dall’altro, ne segna lo spessore intrinseco come un di più di informazione e comunicazione. Da questo punto di vista la dicotomia silenzio-parola si dissolve a partire dagli attributi rispettivamente associati ai due termini: «sia il silenzio che la parola possiedono responsabilità e gesto di potere», conclude l’autrice. Se il medium dell’aria già per Luce Irigaray riveste il ruolo di elemento necessario a pensare il respiro, da cui la parola proviene, come anche la differenza tra corpi differenti, il silenzio non è solo assenza di parola ma culla in cui questa, nelle scansioni del vocale e del poetico, può articolarsi in discorso vivo. Nella sua dimensione prolungata, come nell’ora più silenziosa del Così parlò Zarathustra di Nietzsche, il tacere è momento catartico nel quale il sogno irrompe scompaginando i punti cardine di uno stare al mondo che non può più, a ragione, concepirsi senza riconoscere lo “spazio” di una parola poetica che ‘sa’ tanto della propria solitudine quanto del momento responsabilizzante parimenti implicato dal distacco relazionale. Quest’ultimo difatti chiama in causa, insieme allo specifico della persona che ciascuno è, una sensibilità ed una tensione che oltrepassano i registri dei canoni consueti in cui la parola si trova costretta ad articolarsi divenendo vano ciarlare. Emanuela Mancino spiega come il solus rimandando al sed latino mostri, già nell’evocazione grammaticale ed attanziale del suo etimo, l’idea di una se-parazione originaria che, in quest’ultima accezione (pario), prelude anche alla nascita, alla preparazione e ad un dare-donare che si rivela attitudine primaria. La solitudine del saggio, da Cicerone a Seneca, da sempre presiede ad un tale momento non secondario, ma co-implicato di apertura all’altro e al mondo. L’apertura intrecciata alla parola e all’intensità della relazione donante, da sempre si completa realizzandosi in un equilibrio omeostatico e sistemico caratterizzato dal recupero del rapporto con la verità intima, la parola interiore ed il proprio silenzio. Ogni momento rivelativo e capace di compartecipazione attiva al costituirsi della verità, al predisporsi allo sguardo e all’ascolto, già anche secondo quasi tutte le tradizioni sacre, implica il ritiro dal chiassoso presente, luogo simbolico e reale dove l’azione diviene potere e la comunicazione “chiacchiera”. I pensieri più silenziosi dei quali Nietzsche parlava in Zarathustra, capaci di muovere il mondo nella delicatezza del loro incedere, si contrapponevano alle modalità espressive di un’attualità che tanto più reclama ascolto, quanto più lo nega alla controparte comunicativa ed alla ‘voce’ intima del Sé. Questo richiamo serve ad illuminare il modo in cui Mancino, nel momento in cui intraprende la sua rischiosa e accurata trattazione, tematizza l’esigenza cogente dell’ascolto nel silenzio e rivolge la propria attenzione critica e filosofica, oltre che pedagogica, proprio verso la delicatezza della soglia che si istituisce ineffabile tra suono e assenza, grido, parola e silenzio. In un ossimoro volutamente bifronte, concepito sulla scia di Paul Claudel, quest’ultimo è anche luogo comunicativo delle più grandi verità nonché pratica paziente e sempre ricompensata di un ‘saper stare’ nella viva e rispettosa attesa dell’altro.

Il testo si articola in otto brevi parti delle quali, ognuna, riconsegna specifiche esperienze visive, musicali, rappresentative, filosofiche e politiche come date all’interno di una sintesi che richiama già all’esperienza vissuta dell’ascolto del sé nel suo articolarsi in musiche, gesti, passioni. Pensare e dire si mostrano processo che ‘suona’ all’unisono da un’unica corda esistenziale. Riprendendo le riflessioni de L’Uomo e il Divino di Maria Zambrano, viene colto il versante unitario dell’essere persona con gli altri. Il pensiero puro concepito come entità che presiede nella propria autonomia ad un dire che, per forza di cose in quest’ottica, si troverebbe ridotto ad un mero riportare secondario e funzionale al capire, credere e pensare, viene infranto nel tema di pertinenza ontologica, anche in senso critico, di un esistere capace di recuperare l’acutezza e la dolcezza dei sensi tanto quanto l’armonia insita tra parlare, ascoltare, vedere e udire. Questi elementi sono intesi come momenti giustapposti di un vivere che è già possibilità di una vera condivisione: «La filosofia è una lunga via verso l’altro. Nelle sue traiettorie, incontra attimi di istantaneità, coincidenze di amorosi sensi che fanno cogliere lo spazio della sintonia ora nelle parole di una poesia, ora nel tratto di un’opera pittorica, ora in una scena sullo schermo, altre volte ancora nei gesti e nelle voci degli altri». Esperienze simbiotiche che narrano dell’immaginario simbolico e intimo quanto più lo sguardo si dirige al mondo, restituendo il senso di quel nodo ancestrale, che si mostra a tutta prima come assenza, e che richiama piuttosto ad un poter occupare creativamente, secondo movimenti altri, lo spazio rimasto vuoto al parlato.Come nel riferimento finale dell’autrice al film Ferro 3 (3 Iron, 2004) di Kim Ki-Duk, ciò avviene secondo criteri che sottraendosi al gesto delle parole, del già detto, preludono inevitabilmente ad una differente riapparizione dell’immagine erotica, sensibile e amorosa dell’altra/o. Prendendo le mosse dalle riflessioni di Elias Canetti l’attenzione è diretta sul lato ambiguo del tacere, un silenzio che mentre si fa culla della più alta condivisione, può mostrarsi covo delle più spietate cattiverie, della malvagità e dell’indifferenza. Mentre segna il connotato del tutto deresponsabilizzante del non rispondere che implica un giudizio implicito sulla persona che dice, piuttosto che sul ‘detto’, questo può anche custodire il sogno del venire al mondo di una parola differente. Posti in risalto gli ‘equi-voci’ che sgorgano sul margine dell’idea di linguaggio, quasi facendo eco alla famosa proposizione wittgensteinana del Tractatus Logico-Philosophicus ove si asserisce che “su ciò di cui non si è in grado di parlare si deve tacere”, Emanuela Mancino, in un fittissimo apparato di rimandi filosofici, letterari e poetici, approda alla riflessione di Simone Weil della Lettera a un religioso. Qui l’amore si fa significativamente misura regolativa di una educazione al/del silenzio capace di cogliere l’intelligibile in tutta la propria luminosa chiarezza. Precondizione indispensabile di ogni profonda conoscenza, saper rinunciare alla parola indica parimenti la capacità di sostare sul’orlo di un darsi sensibile e immediato tra persone. Ma se la pratica in oggetto richiede di comprendere ciò che non può o – diremmo in senso etico – non deve esser detto, non è propriamente solo l’idea del mistico wittgensteiniano che campeggia in queste pagine, poiché l’amore che fa da misura alla pratica di chi ‘sa’ e sceglie di tacere sottolinea il ‘dire’ e il ‘saper dire’ di altre forme di linguaggio e di azione solitamente spogliate della loro funzione comunicativa riconosciuta. In tal senso l’istanza singolare del “linguaggio” si fa momento plurale nel riconoscimento della varietà dei codici possibili e compartecipi attivamente al processo comunicativo in senso lato: quello musicale della canzone, quello fenomenologico del cinema, quello intriso di mistero e sgorgante dalle fonti remote dell’anima della poesia. All’interno di questo continuo attraversamento di piani e prospettive l’apologia del silenzio presto si traduce, grazie al riconoscimento contestuale dei suoi limiti ed alla critica relativa ad una sua possibile funzione di potere – come quella che fa leva epistemicamente su schemi logici o spirituali o psicologici univoci – nella sua liberazione dalle funzioni logico-razionali di un sentire e un esistere che hanno obliato il lato umano dell’esserci e dell’incontrarsi. Tale aspetto rivelante da un punto di vista etico viene in chiaro come il risultato necessario e possibile ad una pedagogia del senso sospeso, istanza pedagogica fautrice di pratiche educative capaci anche di aprirsi anche alla condizione di esilio dalla parola; formula quest’ultima che mentre denota l’allontanamento dal ‘dire’ inteso come preludio dell’incontro-alleanza con l’invisibile, non può non sollecitare il lettore a riflettere sulla condizione odierna dell’umano nel mondo.

Svuotato del suo quantum giudicante, che deriva dalla scarsa abitudine ad osservare gli schemi attraverso i quali siamo soliti «misurare il mondo e gli altri», il linguaggio diviene pratica di riguardo e possibilità di agire insieme. Esso è stimolo fattivo a ricercare la nostra storia più propria all’interno di un vero ascolto di chi ci sta di fronte e condivide con noi il cammino. Diviene pratica di rispetto all’interno della quale l’altro può trovare lo spazio-amore per una reale comprensione di se stesso, ma, soprattutto, momento creativo centrale nello scardinamento di dinamiche volte all’attesa passiva di verità ontometafisiche a favore dell’accoglimento primario della pienezza delicata di quello che veramente si è: margine tangibile ed etereo scavato tra parole e assenze, corpi e sguardi, musiche e silenzi.

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