Accadde in Sicilia nel 1943. 9 maggio: Palermo sotto le bombe

 

 

ingrassia-accadde-in-sicilia9 maggio 1943: Palermo sotto le bombe. La Sicilia, che nelle intenzioni del regime fascista doveva diventare il centro geografico dell’impero, si ritrovò ad essere nel 1943 il centro strategico della guerra mondiale sullo scacchiere europeo. La promessa che Mussolini aveva trionfalisticamente fatto ai siciliani non fu mantenuta. Del resto, tutta la storia del fascismo in Sicilia è una storia di promesse mancate. Il fascismo aveva promesso di sradicare la mafia: ma se Cesare Mori riuscì ad eliminare il gruppo di fuoco mafioso, il regime non fu in grado di estirpare la prassi mafiosa che invece continuò ad operare clandestinamente nella classe dirigente e nelle strutture politiche ed economiche dell’Isola; il fascismo aveva promesso di frantumare il sistema latifondista: ma l’assalto al latifondo si concluse con una mera trasformazione della grande proprietà terriera che cambiò tutto senza modificare nulla.

L’atteggiamento dello Stato fascista verso la Sicilia, insomma, non fu diverso da quello adottato dal vecchio Stato liberale. Illuminante, in proposito, è un appunto dello storico missino Giuseppe Tricoli il quale annota che il rapporto tra Sicilia e fascismo era stato “messo in crisi da una trascuratezza verso l’Isola, evidenziata soprattutto dall’assenza di una valida ed adeguata rappresentanza politica siciliana ai vertici dello Stato e del Partito, ed aggravata dalla nomina di uomini del Nord a capo delle federazioni e delle varie amministrazioni isolane, oltre che da alcuni provvedimenti discriminatori nei riguardi del personale burocratico e giudiziario siciliano, costretto a prestar servizio fuori dall’Isola”. Così, quando il 24 giugno 1943 Mussolini tuonerà baldanzoso che uno sbarco angloamericano in Sicilia sarebbe stato fermato “su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga”, i siciliani cominciarono a rendersi conto che la guerra sarebbe ben presto sbarcata nell’Isola.

La guerra si avvicinò alla Sicilia senza fretta ma senza tregua: il 5 novembre 1942 si ebbe la sconfitta di El Alamein e la successiva ritirata di Rommel, il 23 gennaio 1943 Montgomery espugnò Tripoli e la Libia fu perduta, il 12 maggio le truppe italo-tedesche si arresero in Tunisia.

Mentre le poche bracciate di mare che separavano la costa africana da quella siciliana continuavano a restringersi, il cielo sopra la Sicilia s’incupiva coperto sempre più dagli aerei nemici; cominciò allora la stagione della pioggia delle bombe.

Dall’1 gennaio al 23 luglio 1943, soltanto a Palermo, si contarono 457 allarmi e incursioni aeree con 34 bombardamenti; nel mese di maggio la sirena urlò ai palermitani di ripararsi nei rifugi per 52 volte, i bombardamenti furono appena cinque ma micidiali, i due più terrificanti si ebbero il 9 maggio.

Una domenica particolare, quella del 9 maggio 1943. A Palermo, come in tutta Italia, si celebra la “giornata dell’Impero”, fondato “sui colli fatali di Roma” nel 1936 e ora definitivamente perduto. La solenne cerimonia, che si svolge in una surreale piazza Pretoria affollata di autorità fasciste, è presieduta dal gerarca Giuseppe Caradonna, vice presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, accompagnato dal vice segretario nazionale del Partito Fascista Alfredo Cucco, siciliano di Castelbuono.

Probabilmente le quaranta fortezze volanti dirette a Palermo si alzarono in volo nello stesso momento in cui Caradonna, nella Sala delle Lapidi, appuntava sul gonfalone municipale la medaglia di “città mutilata” dai precedenti bombardamenti. Sicuramente gli aerei nemici si allinearono in formazione d’attacco nello stesso momento in cui Cucco e Caradonna, finita la manifestazione, uscivano da Palazzo delle Aquile per recarsi al Duomo di Monreale. Forse gli aviatori intravidero Palermo nello stesso momento in cui le automobili del corteo fascista sfrecciavano ormai lungo il corso Calatafimi. L’allarme aereo scoppiò improvviso, cogliendo di sorpresa i palermitani che stavano ancora andando a messa. I colpi della contraerea soverchiarono il suono delle campane che annunciavano il mezzogiorno. Le bombe rotolarono sulla città come valanghe infernali: si abbatterono sulle case; si schiantarono sulle strade; stravolsero alberi, aiuole e monumenti; travolsero uomini, donne e bambini; molti palermitani non fecero in tempo a raggiungere i ricoveri. Cucco e Caradonna, che volevano visitare i mosaici della cittadina normanna, furono costretti a fermarsi sulla Rocca ad osservare la tempesta di fuoco e acciaio che piombava su Palermo come un castigo.

Improvvisamente calò il silenzio, e fu terribile; la polvere si alzò sulle macerie e il sangue delle vittime si mescolò al sangue dei feriti. Pompieri e infermieri cominciarono l’ardua impresa di salvare il salvabile, che era ben poco.

La città era mutata e tramutata: crollata la via Mariano Stabile; rasi al suolo l’ex Ospedale di San Bartolomeo e uno dei piloni di Porta Felice; distrutto il deposito dei tram di Camastra nei pressi del corso Calatafimi; cancellata la piazza Santo Spirito; sventrate l’Albergheria, Ballarò e la via Alloro; tagliata in due la chiesa di Casa Professa; squarciata da una voragine la strada di via Roma all’altezza dell’Hotel delle Palme; colpiti a morte la Biblioteca Nazionale in corso Vittorio Emanuele, Palazzo Abatellis, la Cattedrale.

È terribilmente facile enumerare gli immobili colpiti, terribilmente impossibile contare il numero delle vittime, terribilmente semplice spiegare perchè fossero così devastanti i bombardamenti subiti da Palermo e dalla Sicilia.

Le bombe erano sganciate a grappoli di tre o quattro legate tra loro in modo che, scoppiando contemporaneamente, aumentavano la potenza distruttiva provocando l’accartocciamento delle strutture fino alle fondamenta; la forza d’urto micidiale scatenata dall’esplosione del grappolo si riversava poi sulla popolazione.

Sui pochi muri rimasti integri i palermitani sopravvissuti potevano rileggere, se ancora ne avevano voglia, il proclama rivolto al popolo siciliano proprio il 9 maggio dal generale Mario Roatta, capo delle Forze Armate “Sicilia”, nel quale era contenuta una frase che diceva: “Voi, fieri siciliani, e noi, militari italiani...”; tutti avevano notato quella distinzione tra siciliani e italiani ma nessuno aveva voglia e tempo di offendersi. Il Regime fascista attaccava con i manifesti, gli angloamericani rispondevano con le bombe. Ancora una volta, promesse mancate.

Del terribile bombardamento subito da Palermo, da Messina e da altre città siciliane in quella drammatica domenica del 9 maggio 1943 non c’è traccia nei diari dei principali leader fascisti: neppure una parola nel diario di Giuseppe Bottai né in quello di Galeazzo Ciano. Del resto, essi non erano siciliani ma italiani. Se ne ricorderà, invece, l’ex gerarca fascista Alfredo Cucco quando, divenuto deputato missino della Repubblica, farà pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 25 marzo 1963 la concessione della Medaglia d’Oro al Valore Militare alla città di Palermo per i bombardamenti subiti. Amara considerazione: la Sicilia doveva diventare il centro geografico dell’Impero, si ritroverà invece al centro di una guerra mondiale e si appunterà sul petto l’ennesima medaglia delle promesse mancate.

(Foto - Libera Università "Tito Marrone" di Trapani)

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