A colloquio con Filippo La Porta curatore dei testi conclusivi della mostra “R Rosalia. Eris in peste patrona” al Palazzo Reale di Palermo fino al 5 maggio 2019

Nelle Sale Duca di Montalto al Palazzo Reale di Palermo, è possibile visitare fino al 5 maggio 2019 la mostra R Rosalia. Eris in peste patrona che espone le opere dei grandi Maestri - Van Dyck, Novelli, Preti - che hanno celebrato i trionfi di Santa Rosalia e hanno contribuito alla diffusione del suo culto oltre i confini dell'isola e dell'Italia.

Al termine del percorso scandito da una ricca raccolta iconografica si può assistere a una rappresentazione multimediale sul testo teatrale di Filippo La Porta, un racconto attraverso le parole del pittore Van Dyck, la pittrice lombarda Sofonisba Anguissola, il viceré Emanuele Filiberto di Savoia e il cerusico Demetrio.

Incontriamo Filippo La Porta all’uscita della mostra e gli chiediamo di illustrare il senso di questa scelta all’interno del percorso espositivo.

Come è nata l’idea?

L’idea non è mia, ma del curatore della mostra che conoscendo la mia passione per il teatro e le mie conoscenze della figura di Santa Rosalia mi ha chiesto dei testi scritti da me da inserire attraverso una modalità multimediale a conclusione della visita.

E per quale finalità?

Invitare il visitatore a fare una sorta di tuffo nel passato per far rivivere la storia della Santuzza come se fosse oggi.

Parliamo dei personaggi che lei ha scelto. Perché Antin Van Dyck?

Perché la sua storia e il suo incontro con Palermo, la peste e Santa Rosalia è emblematico. Proveniva da un paese protestante del nord Europa. Giunse a Palermo perché chiamato dal principe Emanuele Filiberto di Savoia, viceré di Sicilia, per fargli un ritratto. Rimase colpito, affascinato quasi sconvolto dalla bellezza e dalla contraddittorietà della città. Nel testo si dice: “Che posto strano. Questa città, ti attrae, perché fascinosa, come una donna bellissima, ma in egual misura ti fa sentire insicuro … e ti ritrovi come se avessi bisogno di cercar conforto … un punto certo. La pesantezza dell’animo mio mi suggerì come prima cosa rendere omaggio”.

E che tipo di omaggio rese alla città?

Quello concreto fu un quadro che dipinse. Così rievoca quell’avvenimento: “Questi giorni vissuti mi convinsero a dipingere su commissione la pala d’altare per l’Ordine dei domenicani nell’oratorio del Rosario. Ho terminato il lavoro a Genova, citando a memoria Palermo e la sua storia. … è vero, adesso che ci penso … io potrei citare a memoria questa città … e lo farò, la citerò a memoria raccontandola a tutti, parlerò di questa conca, dei suoi giardini, della rosa e del giglio”. Ma, lasciata Palermo fece molto di più, perché dipinse numerosi altri quadri avendo come soggetto Santa Rosalia e il miracolo della peste, rendendo un omaggio che si è tramandato nei secoli.

E Sofonisba Anguissola?

Questa figura storica, anch’essa non palermitana, esattamente cremonese, è legata a filo doppio a Van Dyck, perché era una pittrice. L’ho rappresentata in due momenti della sua vita. Il suo primo incontro con la città e il suo ritorno, ormai vecchia, in cui immagino che parli con Van Dyck. Segnata in modo indelebile dagli avvenimenti della peste così ne racconta al pittore: “Sono carica di anni come vedete mio buon valentissimo pittore. Grazie per la visita che mi fate, mi dispiace per voi di trovarvi qui in questo momento, quando sembra che tutta la città debba sprofondare o sparire … ma la peste è un’ottima prova sapete, può essere il momento della fede o il momento del grido che chiede conto a Dio, è il momento della verità, insomma, quello in cui davvero si capisce per chi viviamo … e nemmeno l’arte può reggere il confronto con questa domanda: “Dimmi per chi vivi”? Perché mi osservate scrutandomi caro maestro? Faccio la stessa domanda a voi: Per chi dipingete”?

E la risposta?

È giusto ascoltarla alla mostra.

Ci parli allora di questo Demetrio, figura ignota ai più? Quale è la sua importanza?

È vero, è una figura certamente minore, sicuramente esistita che visse il dramma della peste non come vittima della malattia, ma come – diremmo oggi – vittima della mala giustizia. Pur essendo uno che curava gli appestati, venne ingiustamente accusato di essere un untore e fu impiccato. Nelle sue ultime parole ho cercato di sintetizzare il senso della malattia, del popolo, della città e della fede. Eccole: “So cosa mi aspetta: un popolo feroce attorno al patibolo alla marina, un popolo feroce che riderà, avrà per me ghigni e sguaiate risa. È strano, chissà perché il popolo è sempre pronto a godere dello spettacolo del dolore degli altri … hyupocritès … hyupocritès … sarò afforcato o bruciato… sarò il segno della peste nel cuore dell’uomo. Ho una sola speranza … anzi la Speranza. Christòs anèsti   … Santa Rosalia … nella memoria della Purissima Vergine Maria … Santa Rosalia Kirie elei … oh Palermo! Sei tu il bubbone malefico! Tu città ingrata … Ma com’è possibile che non c’è niente che riesca a nausearti”!

Torniamo alla mostra, alla peste e a Santa Rosalia.

La scelta di parlare della peste e delle sue conseguenze per i palermitani non ha solo una funzione storica. Tutte le descrizioni storiografiche dell’epoca e successive illustrano il dramma di una popolazione chiamata a combatter un nemico invisibile e spietato, che penetrava in ogni anfratto della vita e sembrava imbattibile. Un nemico così invincibile poteva essere sconfitto solo dalla forza di una potenza non umana. Quindi Rosalia è speculare alla peste e risulta alla fine agli occhi di tutti l’unica in grado di ridare speranza e vita ai sopravvissuti.

Questa impostazione apre alla discussione sulla santità e i poteri soprannaturali della “Santuzza”. Giusto?

Sì, è così. Ho voluto far comprendere, anche attraverso le vicende storiche dei personaggi scelti, che quanto accaduto in quella circostanza è frutto della santità di Rosalia e del culto che i palermitani hanno avuto per lei anche nei secoli successivi.

Ma lei sa che c’è chi mette in dubbio la storicità della santa e ritiene una ricostruzione postuma e strumentale gli avvenimenti di quelle settimane?

Non sono uno storico, né mi è stata chiesta una ricostruzione storica. Ma da appassionato cultore della Santa e delle vicende, anche artistiche, che sono legate alla sua figura, ritengo corretta e utile l’impostazione e la finalità della mostra. E la mostra stessa ne è una verifica.

In che senso?

Nel senso che gli avvenimenti successivi a quel periodo e le testimonianze storico-artistiche illustrate nei bellissimi quadri presenti dimostrano quanto sia stato e sia importante il culto di Rosalia per i palermitani e non solo per loro, a Palermo e fuori Palermo.

Sul culto della Santa si potrebbe dire molto. Non esprime solo religiosità, perché c’è dentro anche molto altro, dal folklore alla passione per la cucina popolare.

Certo non si può negare e questo vale anche per tutte le altre forme di pietà popolare che da noi si esprimono e trovano massima rappresentazione nelle feste religiose. Ma questo non può mettere in discussione il culto e la devozione, anche se vanno gestite meglio e dalla Chiesa e dai fedeli. Ne ha parlato anche il Papa nella sua visita a Palermo.

E in quale circostanza?

Nel corso del suo discorso in Cattedrale rivolto al clero, ai religiosi e ai seminaristi. Anche se il riferimento esplicito era alla triste vicenda degli inchini delle statue dei Santi durante le processioni di fronte alle case dei mafiosi, ha voluto richiamare sulla necessità di:  vigilare attentamente, affinché la religiosità popolare non venga strumentalizzata dalla presenza mafiosa, perché allora, anziché essere mezzo di affettuosa adorazione, diventa veicolo di corrotta ostentazione. Sulla pietà popolare abbiate cura, aiutate, siate presenti”. Ma vorrei citare un altro importante documento.

Quale?

La lettera dei Vescovi siciliani in occasione del 25esimo anniversario del discorso di San Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi, quando scagliò il suo anatema contro i mafiosi. In essa si dice: “Dobbiamo tornare a preoccuparci e a occuparci della pietà popolare, interpretandola non solo fatto sociale ormai anacronistico, bensì come fatto interno alla vita della comunità ecclesiale”. A me pare che anche il culto di Santa Rosalia, se liberato dalle tante incrostazioni, possa contribuire a fare della pietà popolare, di cui è ricca la nostra terra, un elemento di forza e non di debolezza della convivenza sociale e della fede cristiana. E poi c’è ancora da ricordare il 4 settembre.

Perché?

Perché la festa religiosa, con la tradizionale “acchianata” per la strada vecchia che porta alla grotta di Monte Pellegrino è un momento di grande fede e devozione, peraltro lontano dal palcoscenico della città, come invece accade per il “Festino”, cui i palermitani sono ancora molto legati. Quella è una giornata di fede, preghiera e devozione, anche se mischiate ad altro. E poi non può essere ignorato che il culto dei santi è parte integrante della religione, ma anche della vita sociale del popolo. Non a caso esso permane nei secoli e la Chiesa cattolica vi attribuisce grande importanza, come anche i fatti recenti attestano.

E chi intende alludere?

A figure molto note e contemporanee, a partire dal Beato Pino Puglisi, non ancora santo, a San Pio da Pietrelcina e a tantissimi altri. Tutte figure che hanno lasciato un segno indelebile non solo nella coscienza del popolo, ma anche e soprattutto nel contesto sociale e civile in cui hanno vissuto. Né più né meno che Santa Rosalia.

Ma non le pare di fare un po' di confusione, di voler mettere insieme troppe cose?

Rispondo ricordando una figura recente e ben nota che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare prima della sua improvvisa morte: Mons. Cataldo Naro, Arcivescovo di Monreale. Amava ripetere che esistono tre tipi di santità: quella raccontata, che è quella dei libri dei santi, ed è quella cui anche questa mostra contribuisce a diffondere. Quella pregata, che è quella del popolo che quasi quotidianamente invoca i santi. E questo non è certo il compito di questa mostra. Infine, c’è la santità vissuta, quella che un altro santo contemporaneo, San Giovanni Paolo II ci ha aiutato ad apprezzare attraverso tante figure di santi “moderni e contemporanei”, affermando che la santità è misura alta della vita ordinaria.

E questo che c’entra con la mostra?

La mostra non rende valore ad un pittore o a un personaggio celebre, ma ad una santa e alla diffusione del suo culto attraverso l’arte. Aiuta a comprendere che i santi sono uomini e donne della vita ordinaria, non figure angeliche e inarrivabili. Insomma la santità è alla portata di tutti, non bisogna essere eroi o martiri. Vorrei citare un ultimo esempio.

Quale?

L’Esortazione Apostolica di papa Francesco “Gaudete et exsultate”, che è un invito alla santità per tutti, anche per il vicino della porta accanto, quello con cui magari ci salutiamo a stento. Quando vengo alla mostra ne porto sempre una copia in tasca e quando posso leggo questi due brani. "Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati. Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto. Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e donne che lavorano per portare a casa il pane, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere!"

Sì, ma questo riguarda i credenti.

Ma c’è anche questo brano che riguarda tutti. Al n. 9 si dice: "La santità è il volto più bello della Chiesa. Ma anche fuori dalla Chiesa cattolica e in ambiti molto differenti lo Spirito suscita segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo".

Come possiamo concludere questa conversazione?

Con queste parole di van Dyck: “Questa città, ti attrae, perché fascinosa, come una donna bellissima ma in egual misura ti fa sentire insicuro … e ti ritrovi come se avessi bisogno di cercar conforto … un punto certo. La pesantezza dell’animo mio mi suggerì come prima cosa rendere omaggio alla grande musa dell’arte, della pittura maestra, che ancora, di anni piena, nell’anima bellezza posa … Sofonisba Anguissola”. Van Dyck le chiede come lei lombarda abituata altrove, potesse vivere in questa città. E lei rispose così: “Attenzione qui la luce ti soggioga, ti stordisce, ti cattura … e si vive da” alluciati”! Così da questo suggerimento guidato scoprii Palermo e l’amai. Anche quando, lo sconcerto, la paura, l’angoscia cominciarono a correre tra le strade della città e villaggi intorno, il grido delle madri e il pianto della gente non fermava la peste… Palermo piagata. Piegata, disfatta… smunta, triste, consunta. E le processioni di penitenti, flagellanti… lunghissime che strisciando sulle balate del Cassaro, lustro di lacrime e di sangue chiedono a Dio mercede e aiuto ai Santi. Si diffonde per le strade di Palermo il pianto degli uomini che cerca l’aiuto dei santi”.

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