“Il miracolo dell’ospitalità” di Luigi Giussani: la famiglia tra accoglienza e amore al destino dell’altro

Il miracolo dell’ospitalità di Luigi Giussani, edito per la prima volta nel 2003, è stato pubblicato nuovamente con la casa editrice Piemme nel 2012, in occasione dell'Incontro mondiale delle famiglie con Benedetto XVI, in una edizione aggiornata e con una introduzione di Julián Carrón.

Il testo raccoglie una serie di conversazioni e interventi tenuti da don Giussani con i membri dell'Associazione "Famiglie per l'Accoglienza" che promuove l'affido e l'adozione e sostiene le famiglie che si aprono a queste esperienze ed è uno di quei libri che periodicamente vale la pena riprendere in mano perché ha sempre qualcosa di nuovo da dire ad ogni rilettura.

In queste pagine don Giussani, guardando a queste famiglie, definisce l'ospitalità un miracolo, qualcosa che nella sua immediatezza può apparire normale ma rimanda a Dio, e il miracolo più grande è quello di un uomo e una donna che accolgono un estraneo come un proprio figlio. Per spiegare la grandezza e le possibili conseguenze di questo gesto don Giussani si richiama al capitolo 12 della Lettera agli Ebrei di s. Paolo: "Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo".

Julián Carrón, nella sua introduzione, aiuta a capire il perché del termine miracolo riferendosi al contesto sociale, in cui oggi la famiglia è chiamata a vivere, nel quale è decaduta "l'apertura originale del cuore e la percezione della realtà come positiva" e, come Benedetto XVI ha detto in un incontro con coppie di fidanzati nel 2011, "nel disorientamento ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente", in un contesto culturale come quello attuale allora l'ospitalità non è più scontata e quando accade suscita lo stupore come di fronte ad un miracolo.

Alle radici della carità, per don Giussani, sta la coscienza più o meno chiara della presenza di Dio nella propria vita, non ci può essere condivisione della vita dell'altro "se innanzitutto noi non ci sentiamo accolti" e dallo stupore di scoprirsi amati nasce la capacità di imitare l'amore gratuito di Dio perché accogliere implica la gratuità, l'amore senza tornaconto, umanamente senza motivi. Per accogliere c'è bisogno del "perdono della diversità", accogliere significa perdonare il diverso che c'è nell'altro, la lontananza fra me e l'altro, ciò che non coincide con quello che noi immaginiamo dell'altro, c'è bisogno di abbracciare il diverso dopo averlo perdonato, "perdonare vuol dire affermare ciò che di vero e di giusto, di buono e di bello, di essere c'è nell'altro" e questo, Giussani ci ricorda, vale per tutti i nostri rapporti, con il marito o la moglie, con i figli, gli amici o chiunque entri nell'orizzonte della nostra vita. Questo "abbraccio del diverso", questo accogliere nella propria vita la vita dell'altro, immedesimarsi: "tu sei me, io sono te", richiede una gratuità pura che non è possibile se non per amore di Cristo, cioè "imitando Cristo", altrimenti sono solo nostri tentativi, apprezzabili ma che rischiano sempre di essere fatti fuori, azzerati dalla fatica della vita.

Per don Giussani condizione indispensabile per un'autentica accoglienza è la libertà, senza la libertà c'è la pretesa, l'altro viene strumentalizzato, per essere liberi in una relazione, qualunque essa sia, bisogna riconoscere la persona come il luogo del rapporto con l'Infinito, bisogna intravedere nell'altro il suo destino infinito. Se non si arriva a questo la nostra capacità di perdono è dettata dal nostro sentimento, dalle circostanze, invece "la coscienza del rapporto con Cristo moltiplica l'energia della dedizione, rende perseveranti", fa emergere la gratuità pura e di fronte al proprio limite rende umili.

Rivolgendosi alle Famiglie per l'accoglienza" Giussani sottolinea più volte come l'esperienza che vivono è possibile perché la loro è un'amicizia più che un'organizzazione, un'amicizia che è vicendevolmente amore al destino dell'altro, un'amicizia che è paternità e maternità, è generare, perché "provocare a un essere sempre più completo è generare. Il paragone ultimo del rapporto amichevole fra uomo e uomo è la paternità o la maternità. L'ideale dell'amicizia si chiama paternità e maternità". Senza fare esperienza di rapporti in cui si ha a cuore la felicità dell'altro non si può dire di accogliere pienamente.

Vivere in questo modo l'amicizia, l'accoglienza dell'altro implica riconoscere "la vita come missione", se non si parte dal considerare così la vita, secondo don Giussani, si mette in primo piano qualche altra cosa, la riuscita dei nostri progetti, l'affermazione dei nostri ideali, tutte cose di grande importanza ma che, intese unicamente come espressione di un nostro sforzo, rischiano di rivelarsi fragili. L'alternativa cristiana è invece concepire tutta la nostra fatica, dentro la consapevolezza dei nostri limiti, come una cooperazione all'opera di Dio che sottintende ultimamente "il lavoro vero della vita, cioè il cambiamento di sé", solo questo in realtà può davvero cambiare il mondo.

E nell'introduzione al libro Julián Carrón pone una domanda da fare nostra e raccogliere come sfida alla nostra vita: "c'è qualcosa di più interessante per un uomo e una donna di questa collaborazione all'Opera del Padre nel mondo, per vincere il vuoto con la forza di una presenza?".

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