«La forma perfetta»: poesia a Collesano


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Antonino Cicero, La forma perfetta, Edizioni Arianna, Geraci Siculo 2012


 

Sabato 1° dicembre, al polo culturale di Collesano, piccolo centro nel cuore delle Madonie in provincia di Palermo e sua patria natale, Antonino Cicero, giovane avvocato con la passione per la poesia, ha presentato il suo primo libro di componimenti, La forma perfetta, di fronte ad un nutrito gruppo di presenti che hanno riempito la sala e partecipato attivamente ai temi discussi (nella foto: un momento della serata).

Ad aprire la serata e a fare gli onori di casa è stato il sindaco di Collesano Giovanni Meli, seguito dagli interventi di Santo La Placa, docente di italiano al liceo socio psico-pedagogico di Petralia, che ha messo in risalto, con chiarezza e pregnanza i temi che emergono dalle poesie, e della giovane editrice Arianna Attinasi dell’omonima casa editrice Arianna che ha stampato il testo. Tra le loro parole si è interposta la lettura di alcuni componimenti presenti nel testo presentato attraverso le voci di Mario Gugliuzza e Fabrizia Donato.

Per ultimo è intervenuto l’autore stesso, Antonino Cicero, che ha esordito con la domanda “eterna”: «che cosa è la poesia?».

All’autore una bella definizione (per quanto impossibile, forse, sia de-finire un tema declinato all’infinito) è parsa quella di Paul Celan, che parla della poesia come un «canto d’emergenza nato dai sentimenti»: è un canto perché ha e sempre ha avuto un suo ritmo, una sua musicalità che le discende dagli albori stessi del genere, ed è d’emergenza perché i sentimenti bussano d’un tratto al poeta per tentare la fuga, senza un preavviso, poiché, d’altra parte, afferma Antonino Cicero, è impossibile darsi un appuntamento con noi stessi.

Così quell’emergenza diventa esigenza di mettere per iscritto quella fuga, esigenza di «dare un soprannome alle cose», direbbe Davide Rondoni, a quelle cose che si presentano agli occhi dell’uomo/poeta non nel chiuso ammuffito di una stanza, ma da una finestra spalancata che fa osservare la splendida eterogeneità del reale; così come aveva fatto Leopardi, che solo dalla finestra del suo “paterno ostello” «mirava il ciel sereno, le vie dorate e gli orti», tanto da provare l’emergenza e l’esigenza, per l’ appunto, di eternare sulla carta sensazioni indefinite e infinite.

Scrive l’autore nella nota introduttiva al testo: «La poesia è un porto di mare dove poter raccogliere tutti. Anche i sans papiers, i privi d’identità in terra d’altri. Sbucano dal nulla con quei versi appesi, cenci penzolanti. Versi sporchi, imperfetti. Si imbarcano una volta lì, alla ricerca di qualcosa. E scrivono. Scrivono di sé e del nulla, scrivono della forma perfetta, se mai arriverà. Tutti uguali in quel porto, dove vale la regola del lettore, capitano di ventura, costretto a viaggi non suoi».

Parole, queste, che richiamano un componimento del testo che sabato stesso è stato letto ai presenti, Sans papiers, per l’appunto, di cui riportiamo i versi:

Parlo a tratti,

con qualcuno che non c’è.

Al mattino vado, vago

e la sera prego.

Non ho fogli, documenti.

Sans papiers.

Un senzatetto con l’anima al ribasso,

sottocosto. Non sento profumi

di terraferma ed ogni giorno

ogni poesia è un approdo senza àncora,

navigli d’immaginazione, in fiera.

Ogni volta è un gioco d’appartenenza,

d’illusione magica d’aver trovato

l’identità. E poi, tra le mani, sans papiers.

Benvenuta leggerezza!

Il poeta si assimila all’Albatros Baudelairiano, forte e maestoso in cielo, privo d’identità e impacciato sulla terraferma: ma la poesia è comunque approdo, è sguardo sulla vita. È vita.

E così, anche quegli uomini che possono guardare con sorriso ironico quel maestoso e goffo uccello, possono diventare arma in più, poiché loro sono i lettori, lettori attraverso cui, direbbe Gerard Genette, un’opera poetica vive e rivive infinite volte, così come infinte sono le sfumature del reale dove tutto ci appare«così maledettamente imperfetto tanto che amiamo ciò che è netto, lineare», che ha una forma perfetta – da cui il titolo della raccolta – scrive Antonino Cicero.

Questo il perché del nome scelto per questa silloge poetica, perché la poesia diventa, di conseguenza, «l’estrema unzione di un tentativo, imperfetto anche quello, ma necessario» di raccontare il reale nelle sue innumerevoli coniugazioni, in ogni sua situazione, grande e piccola, di dare sfogo all’emergenza, a quei sentimenti che forte bussano e tentano la fuga, all’estremo tentativo di cantare e affermare che la bellezza della vita sta proprio nei suoi molteplici aspetti, tanto che – e concludiamo con alcuni versi di Antonino Cicero stesso – «Chiedetelo al parroco di borgata,/ al padre e alla madre che hanno appena generato,/ chiedetelo al nonno sommerso dalle carezze del nipote,/ chiedetelo a chi ritorna a vivere, dopo le parentesi inconoscibili;/ chiedetelo a chi incontra la gioia di sapersi amato,/ chiedetelo a chi apprezza ancora il rosso del tramonto;/ chiedetelo a chi non ha bevuto il calice dell’odio,/ a chi sa quanto costi perdersi nell’altro pur accettando di farlo,/ a chi dona se stesso per le sue idee, a chi smette/ al cambio di stagione le incomprensioni impossibili./ Chiedetelo a chi s’accontenta, senza eccessi/ chiedetelo a chi vive solo di eccessi,/ chiedetelo a chi credete opportuno e, forse, avrete la risposta/ che la vita è bella,/ sì, la vita è davvero bella».

 

 

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