«Io e Dio»: Mancuso e la corrente vitale


mancuso libro 2

Vito Mancuso, Io e Dio. Una guida dei perplessi, Garzanti, Milano 2011


 

 

 

(26 luglio 2013) – «Vi è un oceano d’acqua fredda e immobile. In questo oceano, tuttavia, passa la Corrente del Golfo, una massa di acqua calda che scorre dall’Equatore verso il Polo. Chiedete a tutti gli scienziati come si possa concepire dal punto di vista fisico che una corrente di acqua calda scorra in mezzo alle acque dell’Oceano, le quali, per così dire, formano i suoi argini; acqua in movimento entro acqua immobile, acqua calda entro la fredda: nessuno scienziato sa spiegarlo. In egual modo vi è il Dio dell’amore entro il Dio delle forze universali, unito a Lui, eppure totalmente diverso. Lasciamoci afferrare da questa corrente vitale».

Questa citazione di Albert Schweitzer bene riassume il senso dell’opera di Vito Mancuso, Io e Dio. Una guida dei perplessi, edita nel 2011 presso Garzanti e che il teologo di Carate Brianza, ma di ascendenze siciliane, definisce un trattato di teologia fondamentale, in cui egli discute, per l’appunto, i fondamenti della speculazione teologica in relazione alla nostra vita.

Vita, per l’appunto. Ecco ciò che muove la trattazione di Mancuso, la coscienza dell’essere uomo, dell’essere fatto di tutto ciò che l’umano si porta inevitabilmente dietro, la sua capacità razionale che lo distingue da un animale, ma anche il suo “sentire” con il cuore, con gli occhi dello spirito.

Ѐ certamente questo il passaggio fondamentale di tutta la trattazione, in cui la fede viene vista non con come «ossequio ad una autorità», ma, così come la concepiva Gesù, «disposizione del cuore, affidamento, fiducia», come qualcosa che eccede il campo, esteso ma pur sempre limitato, del ragionare umano. Il punto decisivo è, infatti, il “sentimento”, l’avvertire una sorta di eccedenza della vita, il percepire il mistero che circonda l’uomo, lo affascina e sconvolge al tempo stesso; ecco la nascita, secondo Mancuso, della religione, definita come «il tentativo di venire a capo del mistero della vita nella sua globalità, il tentativo di afferrare la sua selvaggia bellezza e di non venire schiacciati dalla sua sconvolgente imponderabilità». Un sentimento del mistero che può partorire paura, che porta l’uomo a sentirsi immerso in esso, sommerso da esso, in una dimensione più grande di lui: è questa l’eccedenza della vita di cui Vito Mancuso parla.

Vita, in ogni sua possibile manifestazione, si diceva: ecco la rotta che Mancuso segue, senza alterare nulla, ma accogliendo e analizzando «la realtà per quello che è, fetori e marcescenze comprese; onestà intellettuale, disincanto, aderenza alla concreta senza evaderne in cercadi consolazioni a buon mercato». Nell’assunto e nella convinzione che «la teologia cristiana abbia bisogno di empirismo, di fedeltà all’esperienza reale»

Ora, questo “eccesso” di vita di cui si è detto, è qualcosa di calcolabile, di minuziosamente e dettagliatamente analizzabile? Cita Pascal, a proposito, Vito Mancuso, e una sua frase che appare cardine della trattazione: «Il cuore, e non la ragione, sente Dio». La fede, la percezione del Mistero, per l’appunto, si dà attraverso il sentimento, «il sentimento della vita che a volte genera meraviglia, a volte entusiasmo, a volte terrore, ma sempre e comunque pathos. E che, patendo il sentimento dell’esilio, si mette alla ricerca della casa, nella fiducia che la casa esista davvero».

Sentimento, parola guida, accordo musicale attorno cui ruotano tutti gli altri meccanismi, nell’attesa, nella prospettiva del bene, vero filo conduttore della vita di Mancuso, vero cardine cui ruota ogni sua azione e, di conseguenza, ogni aspetto della sua riflessione, il bene inteso come assoluto, quel bene che «all’interno dei nostri corpi esprime la realtà fisica della relazione armoniosa tra i diversi elementi che ci costituiscono»; aggiunge, Mancuso, di credere che «l’esistenza di tale bene rimandi a un Bene eterno, sussistente, definibile come Sommo Bene, come “Dio” nel senso comune del termine». Ed è la fede, ammette il teologo, che nasce come sentimento del bene quale dimensione ultima e costitutiva del mondo e ciò che muove la volontà verso questo bene è il sentimento, «la forza costruttiva della vita, la fonte dell’energia vitale, la spinta per costruire e andare avanti».

Ma come possiamo capire questa immensità, ad summam, come possiamo capire Dio? Risponde così e chiosa Mancuso: «Noi non possiamo capire Dio, per il semplice fatto che siamo noi a essere “capiti”, nel senso fisico di compresi e contenuti, dalla sua realtà. Ѐ proprio questa impossibilità di comprendere Dio, perché ne siamo piuttosto com-presi, che è scorretto parlare di prove dell’esistenza di Dio. Il Dio vivente non si può imprigionare, non si può ridurre in cattività capendolo».

Più bello e più appagante, dunque, lasciarsi trasportare da questa corrente vitale.

 

 

 

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