“Convertitevi!”. Intervista ad Angelo Cinà, vice sindaco di Terrasini (PA)

 

Commenta oggi la Lettera dei Vescovi siciliani in occasione del 25° anniversario dell’appello lanciato nella Valle dei templi da San Giovanni Paolo II, Angelo Cinà, insegnante, vice sindaco del Comune di Terrasini (PA) ed esponente dell’Azione Cattolica.

 

Nel 1993 lei aveva 7 anni. Certo non può ricordare quel giorno, ma certamente quelli successivi, sono stati segnati da quel monito. Come ha influenzato la sua formazione adolescenziale e giovanile?

Sono cresciuto con un padre carabiniere, che in quegli anni svolgeva servizio proprio nel comune dove oggi sono il vice sindaco, Terrasini, e ricordo che quel periodo era caratterizzato da un’alta tensione e paura per le stragi mafiose. Da un anno erano esplose le bombe che avevano tolto la vita a Falcone e la moglie, a Borsellino con le loro scorte. Ricordo che avevo timore quando mio padre andava in servizio, perché tutti quanti sapevamo cosa la mafia avesse fatto. Però, allo stesso tempo, credo che quelle stragi abbiano risvegliato la coscienza delle persone. Proprio in quel periodo iniziarono a svolgersi varie manifestazioni a scuola contro la mafia, in ricordo delle vittime e degli uomini dello Stato che avevano donato la loro vita a servizio dell’uomo. Ritengo che questo clima, l’aria di legalità respirata in questa particolare fase storica e l’appello del Papa ad Agrigento, abbiano alimentato in me, come nel popolo siciliano tutto, un profondo desiderio di riscatto e riscossa di fronte al fenomeno mafioso.

Lei ha iniziato a fare politica molto giovane. Certamente l’impegno contro la mafia è stato ed è prioritario. Contemporaneamente ha militato e continua a militare nell’Azione Cattolica locale. Come ha vissuto questo rapporto e come i pronunciamenti del Papa e della Chiesa hanno sostenuto e sostengono la sua azione politica?

Il mio impegno politico coincide con l’inizio dei miei studi universitari in filosofia e segue quello che ho imparato in Azione cattolica, dove la realtà sociale, l’impegno per il prossimo, la politica come “la più alta espressione di carità” come diceva il Beato Paolo VI, erano e sono il pane quotidiano dei soci di AC. Nel discorso che Papa Francesco ha fatto per i 150 anni dell’Azione cattolica, il Santo Padre ha invitato i soci con queste parole: «sentite forte dentro di voi la responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo, attraverso il servizio della carità, l’impegno politico, - mettetevi in politica, ma per favore nella grande politica, nella Politica con la maiuscola!» Ho sempre creduto che l’impegno per il prossimo passi anche dalla politica, con la P maiuscola, quella che vede solo ed esclusivamente il bene comune, concretizzando i pilastri della dottrina sociale della chiesa: solidarietà, sussidiarietà, dignità della persona umana. Questo ti porta a essere libero nelle scelte, rispettando il principio di laicità della politica stessa e di tale impegno.

Nella lettera dei Vescovi vi è un vibrato appello alla necessità di un’azione educativa per combattere la mafia.

La lettera che i Vescovi siciliani hanno scritto esprime, a venticinque anni dall’appello di San Giovanni Paolo II, l’impegno della Chiesa siciliana contro la mafia. Sì, dico contro la mafia perché, come diceva uno storico che è stato anche arcivescovo di Monreale, Mons. Cataldo Naro, in un saggio su “Il silenzio della Chiesa sul fenomeno mafioso” da quell’appello del Papa, la Chiesa istituzione, ufficialmente si schiera contro la mafia, facendo comprendere quanta incompatibilità ci sia tra mafia e Vangelo.

Che difficoltà incontra nel suo impegno professionale di insegnante?

Da insegnante di storia e filosofia è chiaro che il mio impegno, come di tutta la scuola, sia quello di fare memoria, di riflettere, ritornare a camminare seguendo chi ci ha preceduto nella lotta alla mafia. Del resto Paolo Borsellino diceva proprio che «La lotta alla mafia deve essere un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità, quindi complicità».

Che percezione hanno i suoi allievi dell’impegno della Chiesa in tal senso?

Certamente rimangono i luoghi comuni anche tra le nuove generazioni, cioè che la Chiesa e la mafia abbiano avuto dei rapporti, che ci sia stata una certa complicità e un ritardo culturale a riconoscere il fenomeno mafioso e ripudiarlo. Questo in parte è vero, ma noi insegnanti abbiamo il dovere di essere più sinceri e oggettivi possibili, di non influenzare con le nostre idee politiche e convinzioni religiose gli alunni, ma ricercare insieme la verità, essere accompagnatori della crescita dei nostri ragazzi. Allora devi dire che, nonostante i luoghi comuni, in parte confermati, non è proprio vero che la Chiesa sia stata sempre in silenzio. Di recente, Mons. Michele Pennisi, proprio su questo tema, mi ha consigliato di leggere un libro, “L’altra resistenza, storie di eroi antimafia e lotte sociali in Sicilia” di Giuseppe Carlo Marino e Pietro Scaglione, dove con un’attenta ricostruzione storica è evidenziato il ruolo dei cattolici contrari alla mafia.

A chi si riferisce in particolare?

Per fare qualche esempio: don Luigi Sturzo, che criticò anche chi, nella gerarchia ecclesiastica, proteggeva i forti contro i deboli e i sacerdoti vittime della mafia all’inizio del Novecento che non si chinarono ai mafiosi. Penso oggi alla scomunica che Papa Francesco ha imposto ai mafiosi, ma anche il coraggio di vescovi, come Mons. Pennisi, che hanno vietato funerali a chi fino alla fine non si è convertito. Non bisogna mai aver paura di dire la verità, perché questa “è sempre illuminante” per citare Aldo Moro. Stare vicino ai giovani mi ha fatto comprendere quanto questi, formati e stimolati adeguatamente, possano avere un alto senso critico: è quello che auspico per le nuove generazioni, poiché la verità rende sempre e comunque liberi.

Il primo e più importante avamposto di contrasto alla mafia è la parrocchia. Nella sua esperienza vede in essa esperienze o segnali di reale contrasto? I giovani la percepiscono vicina a loro in questo percorso?

Padre Pino Puglisi ci ha insegnato che, facendo il Parroco e seguendo il Vangelo, vi è un forte contrasto con la vita disumana della mafia. Da una parte c’è il Vangelo, che è il Vangelo della vita, della conversione, del perdono, dell’accoglienza; dall’altra c’è la morte, il ripudio del fratello, la prepotenza, l’esercizio di un potere malefico. Quando, prima del mio impegno politico istituzionale, facevo l’educatore dei Giovanissimi di Azione Cattolica, un giorno, seguendo lo schema testimonianza della guida, mi sono soffermato con i ragazzi sulla figura di 3P, Padre Pino Puglisi, e cercavo di stimolare in loro il coraggio mite di questo uomo di Dio che fino alla fine accolse con il sorriso i suoi assassini: “vi aspettavo” disse sorridendo! Ricordo che in quell’occasione dissi che l’impegno di chi vive nella parrocchia è quello di far riconoscere a tutti che il nostro volerci bene e amare il prossimo non è pura follia, ma testimonianza di un Dio che ci sorride sempre e vuole che ci amiamo. Se Padre Pino non avesse sorriso, se Padre Pino non avesse vissuto in profondità il Vangelo, non sarebbe il martire, il testimone della fede che rinnova l’uomo. Da quando sono il vice sindaco del mio paese, mi sono sempre chiesto se i ragazzi dell’ACR prima e i Giovanissimi poi, possano vedermi come un esempio. Non nascondo quanto mi fa tremare questo, temendo di essere un bravo parolaio e un cattivo maestro.

Nel documento dei Vescovi si dice che bisogna: “mettere il popolo credente nelle condizioni di discernere tra fatti di cronaca e segni dei tempi” e come esempio si citano l’omicidio del giudice Rosario Livatino e del Beato Pino Puglisi. Fare memoria di queste o di altre persone uccise come aiuta a tenere vivo un atteggiamento costante e diffuso di lotta alla mafia?

“I fatti di cronaca” sono quelli che registriamo e che, nel caso di Livatino, di Puglisi o di Falcone e Borsellino, diventano storia. “I segni dei tempi”, interpretando ciò che la lettera dei Vescovi siciliani vuole esprimere, assumono una funzione profetica esistenziale: questi uomini, credenti e non credenti, “martiri della giustizia e indirettamente della fede”, come diceva Giovanni Paolo II, sono coloro che accendono la lampada in mezzo al buio totale. La lampada della speranza, della responsabilità, della legalità, della giustizia, del bene comune, della pace, in mezzo al buio del male, dell’ingiustizia, del povero sfruttato che soffre, delle cattiverie.

Come si può sintetizzare tutto ciò?

La lotta alla mafia ha un nome: dignità della persona umana! E questo è un impegno concreto, pratico, vero. Il primo compito, quindi, è quello di non dimenticarci mai di loro, dei nostri martiri/testimoni, superando le passerelle di facciata e concretamente facendo il nostro dovere. Se ognuno di noi, il politico, l’insegnante, il libero professionista, il giornalista, il sacerdote facesse il proprio dovere, nel rispetto della dignità della persona umana, delle regole e delle leggi, allora credo che non ci sarebbe più spazio per la mafia, per l’ingiustizia e per la disonestà. Per parafrasare Platone: “uno Stato è giusto quando ognuno fa ciò che gli spetta, svolge giustamente ciò che è il proprio dovere”. Dobbiamo urgentemente rieducare alla saggezza!

Vi sono tra questi martiri per la giustizia o più in generale tra i politici del passato figure cui in qualche modo cerca di ispirarsi?

Ho iniziato a fare politica imitando: Aldo Moro, Giorgio La Pira, Piersanti Mattarella e poi Pio La Torre, Chinnici, Falcone, Dalla Chiesa, Borsellino, Livatino.

È chiaro che ho conosciuto Moro, La Pira, Dossetti in Azione Cattolica, cercando di imitare la loro fede e il loro impegno culturale e politico. Crescendo ho allargato gli orizzonti, aperto gli occhi e il cuore al mondo, anche a chi non la pensa come me, a chi è diverso, anche a chi non crede (e in questo ho trovato un maestro nel Cardinale Carlo Maria Martini). Oggi che amministro, che sono il vice sindaco del mio paese, di un paese siciliano, le mie stelle polari sono due grandi siciliani: Piersanti Mattarella, il presidente delle “carte in regola”, ucciso dalla mafia il 6 gennaio del 1980 e Pio La Torre, il segretario Comunista che ideò la legge che aggredisce il patrimonio mafioso, la legge Rognoni-La Torre, e che per questo fu ucciso il 30 aprile del 1982. Perché due stelle polari del mio impegno politico? Perché credo che abbiamo bisogno di riscoprire la bellezza e l’onestà che sgorgava dalle loro vite!

 

 

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