“Convertitevi!” Intervista a Rocco Gumina, presidente dell’associazione culturale “A. De Gasperi”

Iniziamo le pubblicazioni di questa settimana con l’intervista a Rocco Gumina, presidente dell’associazione culturale “A. De Gasperi” che commenta la Lettera dei Vescovi siciliani in occasione del 25° anniversario dell’appello lanciato nella Valle dei templi da San Giovanni Paolo II. Rocco Gumina, insegna Religione cattolica nella Diocesi di Palermo, è dottorando in Teologia presso la Facoltà Teologica di Sicilia. Dal 2009 al 2011 ha presieduto il gruppo FUCI Caltanissetta. Dal 2014 è presidente dell’associazione culturale “A. De Gasperi”,la quale opera per la formazione culturale e politica delle future generazioni.

Quali sono gli aspetti più importanti che ha colto nella Lettera dei Vescovi Siciliani? Nella lettera vengono riprese le parole profetiche di Giovanni Paolo II le quali hanno tracciato definitivamente le peculiari caratteristiche di un ragionamento cristiano sulla mafia. A venticinque anni dalle parole di condanna del Papa rivolte alla civiltà della morte generata dalla criminalità organizzata, con la lettera – rivolta tanto ai credenti quanto a chi opera per la giustizia e la pace, oltre che agli stessi mafiosi – i Vescovi siciliani desiderano riflettere per sostenere un discorso propriamente cristiano ed ecclesiale di resistenza alla mafia. Secondo i Pastori delle Chiese di Sicilia, è necessario lasciarsi interpellare ancora da quel celebre discorso di Wojtyla, poiché si tratta di un vero e proprio “annuncio evangelico rivolto proprio a noi siciliani”.

Essa coglie a suo avviso la drammaticità e la particolarità del momento attuale?

A mio parere la lettera si propone di continuare a rileggere con la luce del Vangelo i problemi e le sfide che si presentano tanto alle comunità ecclesiali quanto all’intera società. Il titolo dello scritto, Convertitevi!, rimanda all’atteggiamento di umile pentimento e di concreto cambiamento di sé che ogni fedele, non meno dei mafiosi, è invitato ad assumere nella propria esistenza. L’invito alla conversione riguarda integralmente la nostra comunità che deve abbandonare la cultura della morte per abbracciare quella della vita. L’intera Chiesa siciliana guidata dai suoi Vescovi può avanzare un contributo al popolo siciliano se, alla luce del proprio specifico cristiano, oltre a un modo di dire nuovo proporrà e testimonierà un modo di vivere nuovo. Credo che l’aspetto più importante sia proprio questo proposto nella lettera dei vescovi di Sicilia. Aspetto da declinare nel seno delle potenzialità, negative e positive, del momento storico che viviamo.

 

Gli anni successivi alla denuncia della Valle dei templi sono stati caratterizzati da una offensiva veemente della mafia, ma anche da tanto impegno civile e sociale. A suo giudizio quella denuncia come ha influenzato la società siciliana nei 25 anni trascorsi?

A venticinque anni da quella celebre riflessione, profondi cambiamenti hanno trasformato tanto il quadro globale quanto il contesto locale. La geopolitica internazionale e i partitismi territoriali hanno nuovi volti e si muovono a partire da aggiornate istanze destinate raramente allo sviluppo della comunità umana. Anche la Sicilia si trova, con tutte le sue potenzialità e depressioni, a decifrare i rischi e le opportunità della globalizzazione. Così, da un lato il massiccio fenomeno dell’immigrazione dall’Africa e dall’Asia che coinvolge migliaia di persone, dall’altro l’inarrestabile diffusione di pratiche perverse e malsane nell’amministrazione della cosa pubblica sembrano tagliare fuori la Sicilia da ogni progetto economico e politico di sviluppo. Inoltre da diversi anni l’isola subisce in uscita un flusso migratorio di giovani verso il Centro-Nord Italia e l’estero che priva i territori di competenze spendibili nell’impresa, nella scuola, nella sanità, nell’impegno politico. Nonostante i repentini cambiamenti economici, politici e culturali avvenuti nell’ultimo ventennio, in terra siciliana permane una radicata e influente criminalità organizzata. Infatti, concluso il periodo “stragista”, oggi la mafia si muove al pari di un torrente sotterraneo che investe ogni angolo della società isolana e, perciò, interroga e preoccupa anche le comunità ecclesiali oltre che l’intera società. La denuncia di Giovanni Paolo II – al di là del mutamento del contesto sociale, economico, politico e culturale – rappresenta il metodo con il quale discernere tanto la presenza quanto l’azione mafiosa al fine di sviluppare una cultura alternativa a queste. Mi pare che il tentativo portato avanti dalla Chiesa siciliana, negli anni successivi al 1993, vada verso questa direzione, anche se bisogna impegnarsi ancora molto e a lungo.

La pubblicazione della lettera ha riaperto la polemica sui reali o presunti dei ritardi con cui la Chiesa siciliana ha affrontato questa piaga. Pensa che questi ritardi ci siano stati e abbiamo inciso così pesantemente?

La riflessione ecclesiale sul fenomeno mafioso ha vissuto diverse stagioni alcune delle quali hanno indotto certi commentatori a parlare di una sorta di silenzio della Chiesa sulla criminalità organizzata. In realtà, alla luce dell’insegnamento del vescovo siciliano Cataldo Naro possiamo individuare tre fasi che hanno condotto la comunità credente a una matura riflessione sulla mafia. Secondo Naro, dopo le questioni fra Chiesa e Stato per via dell’unità d’Italia, la comunità ecclesiale si percepiva estranea a problematiche come la mafia la cui diretta competenza ricadeva nell’autorità statale. Si trattava di “un silenzio nato da un’estraneità ostile”. All’indomani della Seconda guerra mondiale, quando i cattolici guidavano politicamente la Regione siciliana e l’intero Paese, il Cardinale arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini fu il primo a utilizzare la parola mafia accostandola alla delinquenza comune presente in tutti i grandi agglomerati urbani. In quel periodo, a parere di Naro, la Chiesa assumeva le categorie interpretative diffuse nella società civile. Difatti le parole di Ruffini non erano diverse da quelle utilizzate dal Presidente della Regione di allora o dal Procuratore della Repubblica di quel tempo, i quali ancora, a quell’epoca, sottovalutavano di fatto il fenomeno. Anche le parole Del Cardinale Pappalardo, più tardi, erano identiche a quelle del sindaco di Palermo e a quelle dei magistrati del suo tempo. La svolta si compie con il discorso di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi con il quale per la prima volta la Chiesa utilizzava le categorie biblico-profetiche per interpretare e giudicare le cosche mafiose. Così, secondo Cataldo Naro, finalmente il modo di parlare della Chiesa sul fenomeno mafioso faceva riferimento alla sua tradizione. La Chiesa giustamente si unisce al coro che chiede giustizia, legalità ma aggiungendo l’apporto peculiare ricavato dalla sua tradizione evangelica. Da quel grido di dolore e di speranza di Wojtyla si è avviata una riflessione sistematica sulle mafie a partire da categorie specificatamente cristiane. Da questa consapevolezza, bisogna tornare a ribadire che l’incompatibilità tra mafia e Vangelo è la logica conseguenza dell’opposizione di una cultura della morte, come quella mafiosa, alla cultura della vita annunciata dal messaggio cristiano.

Nel documento dei Vescovi si dice che bisogna: “mettere il popolo credente nelle condizioni di discernere tra fatti di cronaca e segni dei tempi” e come esempio si citano l’omicidio del giudice Rosario Livatino e del Beato Pino Puglisi. Fare memoria di queste o di altre persone uccise come aiuta a tenere vivo un atteggiamento costante e diffuso di lotta alla mafia?

Il discernimento cristiano del fenomeno mafioso comincia dall’assunzione degli esiti nefasti prodotti dalla presenza delle cosche nell’isola. A parere dei Vescovi siciliani, al ricordo delle tante e diverse vittime di mafia bisogna legare una testimonianza educativa, sociale, politica, culturale ed imprenditoriale tesa ad arginare l’opera mafiosa. L’analisi della realtà riletta alla luce dell’annuncio evangelico genera nella storia un particolare timbro profetico come quello che Wojtyla ha tracciato alla Valle dei Templi. Pertanto, il cambiamento può avviarsi a partire dalla consapevolezza che la mafia è una struttura di peccato, la quale sparge il proprio seme di morte sia fra gli appartenenti alle cosche sia tramite la corruzione amministrativa e la cultura malavitosa. In terra di Sicilia, la profezia della parola inaugurata da Giovanni Paolo II si lega alla testimonianza concreta di don Pino Puglisi. La sua opera pastorale e il suo martirio, riconosciuto dalla Chiesa tramite la beatificazione del 2013, indicano alle comunità credenti il terreno per resistere e contrastare la mafia attraverso una visione cristiana della storia. Così, a parere dei pastori delle Chiese siciliane, il discorso cristiano sulla mafia non può livellarsi su ragionamenti sociologici, giuridici, politici o esclusivamente morali tipici dei vari segmenti istituzionali operanti nella società. Piuttosto, con sempre maggiore consapevolezza, la comunità ecclesiale intera è chiamata a elaborare parole e opere profetiche capaci di interpellare e scuotere la coscienza tanto dei mafiosi quanto di chi ha perso ogni speranza di cambiamento.

E tutto ciò che risvolti ha dal punto di vista educativo?

Nel mutamento d’epoca in atto, per i pastori delle comunità siciliane, dobbiamo accettare la sfida – precipuamente formativa ed educativa – di risvegliare nelle persone il senso dell’appartenenza ecclesiale e di partecipazione civica verso la ricerca del bene comune. Una bella espressione della lettera dei pastori siciliani afferma che continuare ad “armare il cuore degli uomini” al fine di resistere alla mafia significa contribuire ad avviare un nuovo protagonismo – dei credenti e dell’intera società civile – fatto di coraggio e di speranza attraverso una capillare opera di formazione delle coscienze che coinvolga il mondo della formazione e dell’educazione, la dimensione della pietà popolare, il rinnovamento dei partiti e delle istituzioni. La Sicilia e l’intero Meridione d’Italia hanno tutte le potenzialità per liberarsi dalla morsa delle cosche e mobilitarsi in vista di un progetto per le future generazioni.

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