Tra i ponti che crollano, c’è quello tra adulti e adolescenti

 

Pubblichiamo oggi la riflessione del professore Mario Tamburino, insegnate di inglese a Ragusa, sulla Lettera di mons. Michele Pennisi per l’inizio dell’anno scolastico, di cui abbiamo pubblicato uno stralcio nei giorni scorsi.

Me ne riaccorgo all’inizio del nuovo anno scolastico. Alla fine dell’ora di inglese, propongo alla classe un momento di relax. “Vi porto al mare”, prometto con bonaria ironia. Il brano che ho scelto, The Dock of the Bay, in effetti, fu in ispirato a Otis Redding da una giornata trascorsa a contemplare le barche che, come la marea, entravano e uscivano dalla baia di San Francisco immersa nella luce del mattino. Una giornata sul molo passata a fare proprio un bel nulla, “just wasting time”!

Chiedo ai miei alunni di riempire gli spazi vuoti del testo cogliendo le parole mancanti dalla canzone incisa da Redding tre giorni prima della morte, avvenuta in un incidente aereo nel 1967, e accenno alla sua vita. Emerge l’infanzia trascorsa in Georgia, una famiglia povera, l’abbandono degli studi per sostenere economicamente la famiglia. È a questo punto che mi viene in mente l’articolo in prima pagina su La Sicilia di qualche giorno prima. Un ragazzino di 14 anni, Igor Maj, morto durante un gioco che utilizza tecniche di auto-soffocamento, il “Blackout-game”, per provocare la momentanea perdita dei sensi insieme ad uno stato di intensa euforia. “Ecco - proclamo, riferendomi ai sacrifici del giovane Otis - quando si deve lottare per sopravvivere, non c’è tempo per questi giochi stupidi” ed indico la storia in evidenza sul giornale. Maldestramente cerco di descrivere la dinamica di quello che per me è solo un gioco assurdo finito male.

Giulia (nome di fantasia) mi interrompe garbatamente. “No professore -mi spiega- questo gioco funziona così: ci si accovaccia sulle ginocchia, ispirando sempre più velocemente per riempire di aria i polmoni, poi ci si alza di scatto mettendo un dito in bocca provocando un senso di soffocamento, l’afflusso improvviso al cervello di tutta quella quantità di anidride carbonica provoca lo svenimento e, nello stesso tempo, una sensazione incredibile”. “E tu come lo sai?” chiedo stupito. “Perché lo facevamo in spiaggia con i miei amici due anni fa. Io l’ho fatto. Ricordo che mentre avevo perso coscienza vedevo delle cose bellissime e provavo sensazioni fortissime”.

Le parole di Giulia mi ricordano le descrizioni delle allucinazioni da LSD degli anni’70. lo stesso desiderio di fuggire dal reale, solo a costo zero e alla portata dei bambini. “Ma cadendo potevi morire” esclamo protestando la pericolosità del gioco. La mia alunna passa benevolmente sopra la mia ingenuità. “Per evitare questo, lo si fa in gruppo e qualcuno ti tiene quando svieni. “E perché, allora, hai smesso?” incalzo dopo essermi sincerato che la fase di follia è definitivamente trascorsa. “Una volta un nostro amico ha avuto un attacco epilettico – confessa- Eravamo terrorizzati. Non sapevamo cosa fare e lo abbiamo buttato in acqua. Sarebbe potuto annegare anziché riprendere conoscenza”.

Quale distanza si è scavata tra noi e loro perché quando ci rendiamo conto di ciò che succede nel mondo dei ragazzi, loro hanno già archiviato da tempo quella fase? Perché ai loro occhi la realtà è meno attraente di quel cono d’ombra tra la vita e la morte che è solo un’illusione di felicità?

Non basta sorvegliare meglio né segnalare i pericoli. È necessario riannodare il filo di un rapporto.  Ma, ci chiediamo, ci sono ancora degli adulti che, alla domanda: “si può essere felici nella la realtà?”, rispondano positivamente e siano credibili? Siamo disposti ad accompagnare i ragazzi in tale verifica offrendo un rapporto si protrae oltre il suono dell’ultima campana?

 

“Avete ragione –ammetto- non basta la predica. Occorre provare che si può essere contenti in un altro modo. Io porto dei pacchi alimentari a delle famiglie bisognose ogni quindici giorni. Chi di voi è disposto a darmi una mano. Vi sfido a verificare insieme se questo gesto di attenzione alla vita non ci reda infine più contenti dell’adrenalina di un momento di un gioco di morte”.                             

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