La mostra “L’oro dell’anima” sarà aperta fino al 13 marzo

 

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Si è aperta in questi giorni la mostra personale dell’iconografo Giovanni Caronia “L'oro dell’anima” che si potrà visitare fino al 13 marzo nella suggestiva Cripta di San Giorgio dei Genovesi, sede dell’UCAI a Palermo. Si tratta di una nutrita collezione di pitture su tavola che si rifanno all'arte della iconografia russa e pitture su vetro legate alla tradizione religiosa della nostra terra siciliana, frutto del lavoro artistico di Giovanni Caronia e di un suo percorso di vita che ha avuto inizio con l'incontro nel 1992 con padre Romano Scalfi e gli amici di Russia Cristiana, fondazione che si è prodigata nel lavoro di diffusione delle conoscenze sulla grande tradizione spirituale, culturale e liturgica dell’ortodossia russa favorendo così il dialogo ecumenico.

Calogero Zuppardo, architetto e artigiano dell'arte del vetro e soprattutto grande amico del nostro artista, nel presentare la mostra, diceva che “può accadere ad ognuno di noi che un incontro, un avvenimento o una intuizione accendano la passione per un particolare della vita e può anche accadere che questa passione investa tutti gli aspetti della vita, caratterizzi tutti i rapporti, dia forma e ordine al tempo e allo spazio. Ecco che allora, nel tempo, scopriamo che quell'incontro, quell’avvenimento, quella intuizione contenevano il germe di qualcosa di eccezionalmente vero”.

Così è accaduto a Giovanni Caronia, un incontro ha determinato un cambiamento, un desiderio di conoscere e approfondire l’intuizione iniziale e andando dietro a questa attesa del cuore sono seguiti i Corsi di Iconografia a Seriate e i viaggi in Russia ed è seguito il lavoro appassionato fatto di apprendimento delle tecniche di lavorazione, di approfondimento della cultura delle icone, ma soprattutto è iniziato un percorso spirituale interiore che si è arricchito nel lavoro e nella preghiera. L’iconografia, infatti, non equivale solo a dipingere il volto di Cristo, della Madonna e dei santi, ma presuppone la ricerca del volto del Mistero, come ha bene spiegato Calogero Zuppardo, “è il cercare il Mistero in tutti gli aspetti della vita; è il riflettere, comunicandoli con i mezzi che abbiamo, i segni che rintracciamo nella realtà”.

L’icona infatti rappresenta un ponte tra il visibile e l’invisibile, l’icona non viene mai venerata per sé stessa, ma rinvia al soggetto rappresentato e tutte le immagini sono icone di Cristo, icone del Mistero incarnato. Come osservava Pavel Florenskij: “Ecco osservo l’icona e dico dentro di me: è proprio Lui, non la Sua raffigurazione, proprio Lui, contemplato attraverso la mediazione, con l'aiuto dell'arte iconica. Vedo Dio in persona, come attraverso una finestra, e Lui prego, faccia a faccia, non la Sua raffigurazione, è nella tavola con dei colori ed è il Signore”.

Essere davanti ad un’icona vuol dire contemplare il Mistero di un Dio che si è fatto carne e si fa colori su una tavola che fa intravedere non la bravura dell’iconografo, ma semmai l’atteggiamento interiore dell’artista che mette la sua arte e tutto sé stesso al servizio di Dio, traducendo nella scrittura dell’icona la Parola di Dio.

È la Verità di Dio che si rende presente e si manifesta nel linguaggio iconico e questo non può accadere se non in un atteggiamento di preghiera; l’iconografo incarna il benedettino “ora et labora” e l’icona diventa veicolo della grazia divina dentro la tradizione della Chiesa e attraverso la benedizione che solo la Chiesa può impartire. L’arte dell’icona, una volta abbracciata, cambia veramente la vita, anzi sarebbe meglio dire che è la bellezza di quest’arte che afferra la vita dell’artista e non la lascia più andare via e mette in atto una ascesi che è possibile anche ai giorni nostri, come ha anche detto Giovanni Caronia, in una recente intervista: “compresi che per prendere in mano il pennello dovevo innanzitutto capire di più il rapporto che mi lega al Padre e che dipingere un’icona vuol dire tirar fuori l’impronta di Dio che è dentro di noi”.

L'incontro con la bellezza è determinante, ha il potere di risvegliare le energie interiori e dare un nuovo indirizzo alla vita, come scrive il poeta polacco Cyprian Norwid: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro e il lavoro è per risorgere”, perché bellezza e bene coincidono, la bellezza è l’espressione visibile del bene e la creazione dell’artista ha a che fare con il divino e Dio di fronte alla sua creazione si è compiaciuto nel vedere che quanto aveva creato non era solo buono, era anche una cosa bella. Chi dedica la propria vita all’arte risponde a una esigenza interiore, a un richiamo profondo e in questo senso possiamo dire che si tratta di vocazione artistica, come è accaduto a Giovanni Caronia.

L'artista nella società, oggi più che mai, ha il grande compito di educare alla bellezza di cui tutti gli uomini hanno bisogno, anche se a volte in modo inespresso. La Chiesa ha sempre proclamato che il mondo ha bisogno della bellezza incarnata in forme artistiche che rimandano al Bello e che il lavoro dell’artista diviene per questo missione. Paolo VI, nel concludere il Concilio Vaticano II, diceva proprio che “questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La Bellezza, come la Verità, è ciò che infonde gioia nel cuore degli uomini” e rivolgendosi agli artisti indicava loro il compito: “Ricordatevi che siete custodi della bellezza del mondo”.

In tempi più recenti Papa Francesco ha affermato: “È una bellezza, quella dell’arte, che fa bene alla vita e crea comunione, unisce Dio, l’uomo e il creato in un’unica sinfonia; perché congiunge il passato, il presente e l'avvenire; perché attira nello stesso luogo e coinvolge nel medesimo sguardo genti diverse e popoli distanti. Se intesa così l'arte, è qualcosa di veramente grande che può avere la forza di cambiare il mondo grazie alla forza attrattiva di un’icona che è capace di generare uno sguardo nuovo su tutto e principalmente su sé stessi. Questo è accaduto a Giovanni Caronia e guardando le opere esposte si capisce davvero che sono espressione di una vita cambiata, che tende a quella Presenza che non si può più fare a meno di rappresentare e donare.

 

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