“Settimana Giovani – Cristo vive e ti vuole vivo”. Una iniziativa dei giovani di Sant’Ernesto e San Giuseppe Cottolengo. Ne parliamo con Gaetano Marsiglia

 

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I giovani della parrocchia di Sant’Ernesto e di San Giuseppe Cottolengo a Palermo hanno lanciato l’iniziativa “Settimana Giovani – Cristo vive e ti vuole vivo” che da lunedì 27 maggio a domenica 2 giugno 2019 li vedrà impegnati in una serie di iniziative rivolte ai giovani della città.

Ne parliamo con Gaetano Marsiglia che è tra gli animatori più impegnati di tutto il gruppo.

Innanzitutto, come è nata questa idea?

Dalla convinzione che quanto è merso dal recente Sinodo dei Giovani e quanto abbiamo sperimentato di buono per noi nell’esperienza sviluppata in parrocchia debba essere fatto conoscere e possa essere condiviso da tutti i giovani che incontriamo.

E da cosa nasce questa convinzione?

Dal fatto che gli stessi giovani vogliono sentirsi protagonisti della loro vita, e non spettatori passivi. Questa consapevolezza è affiorata limpidamente al Sinodo che ha detto in modo inconfutabile, grazie alle numerosissime testimonianze giunte da tutto il mondo, che il desidero dei giovani per una vita piena di significato è ovunque e che Gesù Cristo è la risposta più compiuta a questo anelito.

E questo vale anche per i giovani del mondo occidentale che sembrano così lontani e distanti dalla Chiesa?

Certamente sì, perché sono anzitutto dei giovani. Non dobbiamo erroneamente attribuire le “caratteristiche” del mondo occidentale semplicemente ad una fascia d’età. Certamente con l’aumento del tasso di vita in Occidente le fasi di crescita sono più distese. Dunque un giovane occidentale oggi presenta caratteristiche adolescenziali più longeve. Ma il desidero rimane intatto, anche se si presenta in forme diverse.

E come la mettiamo con l’influenza che la tecnologia ha su di loro?

Certo i giovani occidentali sono pienamente inseriti nel mondo digitale e tecnologico, con tutte le sue potenzialità, ma anche le ambiguità che esso porta. L’iperconnessione spesso svilisce le relazioni del giovane che cresce e vive in Occidente. Il documento finale del Sinodo Christus Vivit, non a caso al n. 138 afferma che la parola “inquietudine” riassume molte delle aspirazioni dei cuori dei giovani.

E allora cosa si può dire ai giovani per cominciare?

Ce lo dice il Papa, che lo ha ripetuto anche a Palermo, quando invita i giovani a non passare la vita davanti a uno schermo, a non osservare la vita dal balcone, a non guardare il mondo da turisti: «Fatevi sentire! Scacciate le paure che vi paralizzano… vivete!» Ci invita a «vivere il presente» godendo con gratitudine di ogni piccolo dono della vita senza «essere insaziabili» e «ossessionati da piaceri senza fine». Vivere il presente infatti «non significa lanciarsi in una dissolutezza irresponsabile che ci lascia vuoti e insoddisfatti».

Ma i giovani devono fare i conti anche con la mobilità della loro vita, parte cercata (es. i viaggi) parte subita (vedi la ricerca del lavoro). Come incide in questo processo?

Questo tema è opportunamente affrontato nel documento finale del Sinodo ove si dice che viviamo in una cultura “senza confini”, segnata da una nuova relazione spazio-temporale anche a motivo della comunicazione digitale, e caratterizzata da una continua mobilità. Nella nostra esperienza abbiamo compreso che una visione dell’azione parrocchiale delimitata dai soli confini territoriali e incapace di intercettare con proposte efficaci i giovani, imprigionerebbe la parrocchia in una preoccupante ripetitività pastorale. Occorre dunque un ripensamento pastorale della parrocchia, in una logica di corresponsabilità ecclesiale e di slancio missionario, sviluppando sinergie sul territorio.

Ma la parrocchia non rischia di essere un ambito piuttosto angusto di fronte ai grandi orizzonti che contraddistinguono l’età giovanile?

Il contesto materiale è parrocchiale, ma lo sguardo della Chiesa parte da un punto più alto. La mobilità giovanile a motivo dello studio o del lavoro, va accompagnata concretamente nell’ambito parrocchiale o comunque comunitario, nella consapevolezza che tali giovani hanno bisogno di particolare sostegno, che vuol dire accompagnamento in ogni fase del percorso di crescita. Ricordo con gratitudine la bellezza dell’accoglienza che i padri agostiniani di Viterbo hanno avuto nei confronti di mio fratello che per un anno ha lavorato in quella città. Senza il “calore” di una comunità ecclesiale è molto più difficile vivere la mobilità.

Ma i nostri giovani hanno un altro fronte caldo con cui confrontarsi: l’immigrazione. Che atteggiamento assumono? Come vivono questo confronto?

La complessità del fenomeno migratorio che è mondiale è nota a tutti, anche a quelli che la rifiutano. Per noi giovani si fa concreto di fronte al diverso con cui spesso condividiamo lo studio, il lavoro il divertimento. Il Papa evidenzia che il pericolo delle mentalità xenofobe, autoreferenziali o chiuse può portare i giovani a nutrire indifferenza o addirittura sentimenti di odio nei confronti di loro coetanei che fuggono da tanti pericoli per giungere fino a noi. La sfida della Chiesa è alimentare invece la mentalità evangelica dell’accoglienza, dell’amore. Sappiamo tutti, anche noi, che non è facile. Ma noi cristiani, anche di fronte alle oggettive difficoltà, non dobbiamo dimenticare che c’è un dovere dell’accoglienza che per noi si chiama carità.

Ma come vivono fra loro i giovani provenienti da tante nazioni e culture diverse presenti anche a Palermo?

Con molta serenità e semplicità, certamente con meno drammaticità degli adulti. Per noi è ormai un dato incontrovertibile che conviveremo in una società multi etnica e quindi con più stimoli e più difficoltà. Ma nello stare insieme ci accorgiamo che i problemi più importanti, penso a quello della mancanza di lavoro, riguardano tutti, indipendentemente da dove siamo nati, per il solo fatto che adesso viviamo insieme qui.

Sono trascorsi pochi giorni dal 23 maggio, importante anniversario per la nostra regione e non solo. Che significa questa data e quel ricordo per i giovani?

Il 23 maggio è una data troppo importante. La causa di Falcone e di Borsellino è la nostra causa. La risposta dei giovani è numerosa e bella. La sfida è accompagnare i giovani ad incarnare questa risposta come stile di vita. I giovani non possono limitarsi a celebrare gli eventi, ma il compito educativo della Chiesa nei loro confronti deve sfociare concretamente nell’impegno fattivo nella società da parte degli stessi giovani. Papa Francesco nel messaggio del 22 maggio per la Giornata della legalità ha invitato i giovani a sentirsi spinti a percorrere strade di accoglienza e di legalità per la giustizia anche dai principi fondamentali della Costituzione italiana che hanno ispirato stili di vita condivisi e apprezzati da tanti.

Passiamo ad un altro tema molto delicato per i giovani: l’affettività. Come la vivono oggi?

Con grande serenità e chiarezza il documento del Sinodo afferma al n. 261: “Il sesso, è un dono di Dio. Niente tabù. È un dono di Dio, un dono che il Signore ci dà. Ha due scopi: amarsi e generare vita. È una passione, è l’amore appassionato. Il vero amore è appassionato. L’amore fra un uomo e una donna, quando è appassionato, ti porta a dare la vita per sempre. Sempre.” Penso che sia una grande conquista da parte della Chiesa poterne parlare così. Forse un po’ in ritardo, ma sicuramente è attuale. A mio avviso ciò che è cruciale per un giovane che deve fare una scelta, sia matrimoniale, che professionale, che di consacrazione al Signore, è la maturità affettiva. Molti adulti non hanno raggiunto una buona maturità affettiva. Dato che la sessualità è un argomento importante, ritengo che questo sia un luogo privilegiato per la Chiesa perché possa presentare la bellezza di una crescita affettiva significativa. Ogni nostra relazione infatti è connotata sessualmente. Cioè le nostre relazioni necessariamente sono maschili e femminili. Far vedere ciò che sessualità non è, rappresenta per la Chiesa un’occasione bella per ascoltare i giovani e camminare con loro. 

Ricordo con grande piacere l’esperienza che ho vissuto al carcere minorile Malaspina, nel mio primo anno di seminario. I ragazzi che ho conosciuto mi hanno tempestato di domande relativamente alla sessualità. Così come nei gruppi parrocchiali che in questi anni ho avuto modo di incontrare.  Ricordo con grande piacere l’esperienza che ho vissuto al carcere minorile Malaspina, nel mio primo anno di seminario. I ragazzi che ho conosciuto mi hanno tempestato di domande relativamente alla sessualità. Così come nei gruppi parrocchiali che in questi anni ho avuto modo di incontrare. La sessualità è un argomento che interessa parecchio i giovani.

Ma tu sei un seminarista che giungerà ad una tappa diversa da quella di tanti tuoi coetanei? Non ti sembra di essere un po’ teorico? Quanti tuoi amici farebbero la tua scelta o ti capiscono in questa scelta?

Preso atto che non tutti sono chiamati a questa scelta, la vocazione è unica, indipendentemente dalle forme concrete che prende. I miei amici lo hanno capito non quando ho cercato di spiegarlo, ma da come vivo oggi l’essere seminarista e spero domani l’essere sacerdote. L’anno scorso mi hanno chiamato a parlare durante un corso prematrimoniale fatto in parrocchia. All’inizio mi sembrava inverosimile, ma si è rivelata una bellissima esperienza perché siamo riusciti insieme, e con alcuni anche dopo, a comprendere che l’amore di Dio è per tutti e che nella vita la nostra responsabilità è risponde al primo passo che Lui fa verso di noi.  Dunque la scelta celibataria o matrimoniale altro non è che una risposta ad una chiamata che già ci precede. E ciò che qualifica la tale risposta, è la libertà di amare. Un celibe che non sa amare in modo inclusivo non ha senso, è triste. Proprio per questo in seminario la formazione della sfera affettiva è particolarmente curata, perché tutti possiamo giungere ad una risposta libera, piena e consapevole ad un amore preveniente.

Parliamo per finire della vostra iniziativa. Cosa prevede e dove si svolge?

Il luogo è la parrocchia di Sant’Ernesto. Prevede una settimana di attività varie (culinarie, ricreative, artistiche e culturali). La più importante è quella fissata per giovedì 30 quando alle 21 nel salone parrocchiale ci confronteremo col documento finale del Sinodo dal titolo “Christus vivit”, con due comunicazioni iniziali, quella di don Riccardo Garzari, Cappellano Universitario di Palermo e quella del prof. Giuseppe Savagnone. I lavori saranno moderati dalla giornalista Alessandra Turrisi.

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