Unesco e Sicilia: cronaca di una nuova candidatura a patrimonio dell’umanità


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mb(12 febbraio 2014) – Una recente notizia ha ricordato e posto in risalto ancora una volta il valore che riveste nella vita siciliana il patrimonio culturale e paesaggistico di cui è dotata questa terra. È un tema dalla lunga storia, che caratterizza l’articolazione complessa di considerazioni e recriminazioni sulle risorse dell’isola al centro del Mediterraneo e che si tira a ruota anche la questione del modo con cui metterle a frutto per ricavarne positive occasioni di lavoro e di sviluppo dell’economia: turismo e beni culturali e paesaggistici sono due facce della stessa medaglia. I fatti, che hanno trovato spazio sulle cronache tra i giorni di fine gennaio e inizio febbraio, riguardano la candidatura congiunta di 3 città siciliane (Palermo, Cefalù e Monreale) al riconoscimento di patrimonio dell’umanità. L’iter con cui è deciso il riconoscimento dell’Unesco seguirà la tempistica prestabilita e si concluderà nella primavera del prossimo anno. Non mancano buoni motivi per soffermarsi su questa notizia con l’attenzione che merita.

Va da sé, infatti, che si tratta di un riconoscimento prestigioso. Lo attribuisce un’agenzia internazionale fondata nel 1945 proprio per tutelare il patrimonio esistente e promuovere il valore che hanno per l’umanità l’educazione, le scienze e la cultura. I siti italiani che si fregiano del titolo sono attualmente 49 e ciò pone l’Italia al vertice della lista mondiale; 6 siti sono in Sicilia e a questi si aggiunge la proclamazione nel 2001 dell’Opera dei Pupi come patrimonio orale e immateriale dell’umanità.

Palermo, Cefalù e Monreale sono città candidate al titolo di sito Unesco per bellezza e significati storici conferiti al tragitto dell’umanità lungo i millenni con le forme dell’architettura e dell’arte: «L’oggetto della candidatura è un sito seriale composto da sette testimonianze monumentali del periodo arabo-normanno a Palermo (Palazzo dei Normanni e Cappella Palatina, Chiesa di San Giovanni degli Eremiti, Chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, Chiesa di San Cataldo, Palazzo della Zisa, Cattedrale di Palermo, Ponte dell’Ammiraglio) insieme alle Cattedrali di Cefalù e Monreale. Il complesso rappresenta un tangibile esempio di convivenza, interazione e interscambio tra diverse componenti culturali di provenienza storica e geografica eterogenea».

Queste sono le parole poste a conclusione del comunicato con cui l’Ufficio Stampa del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MiBACT) ha reso nota la candidatura delle città siciliane dopo la condivisione ricevuta dal Consiglio Direttivo della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco. Adesso saranno effettuate le ispezioni ai siti per valutare il tutto e giungere alla decisione definitiva. Non è vano tenere a mente la cronaca dei passaggi svolti, perché vi si trovano esempi e metodi sui quali insistere. Si è giunti fin qui intrecciando proficuamente le competenze di diversi soggetti istituzionali. L’Ufficio Patrimonio Mondiale Unesco del Segretariato Generale del MiBACT ha lavorato e cercato sinergie con i promotori del progetto; ne è risultato un percorso che ha coinvolto Regione Siciliana, Fondazione Patrimonio Unesco Sicilia e comuni interessati.

La condivisione è sempre un criterio dai mille risvolti positivi. A ben vedere, del resto, le testimonianze monumentali siciliane candidate al riconoscimento di patrimonio dell’umanità esprimono una tensione ideale che supera i confini della storia e della geografia. Persone e popoli che hanno incrociato i loro destini a Palermo, Cefalù e Monreale continuano a ricordarci che la bellezza nasce come ricerca di un bene grande da costruire nel tempo e vivere insieme.

 

 

 

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