“La legge e la coscienza” di Mino Martinazzoli: la politica alla luce dell’etica


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Mino Martinazzoli, La legge e la coscienza. Mosè, Nicodemo e la Colonna infame, Editrice La Scuola, 2015 


 

Si ha nostalgia di alcuni protagonisti della politica di un tempo che allo spessore intellettuale accompagnavano l’integrità etica. Non amavano i riflettori e i discorsi ad effetto, costoro, ma riuscivano a comunicare il loro interesse per il bene della collettività con la logica e la passione di una dialettica scevra di retorica. Per limitarci a due esempi, si pensi ad Aldo Moro e alla sua lucida intelligenza aperta al nuovo, o a Enrico Berlinguer, che per primo sollevò la “questione morale”. 

La nostalgia aumenta se si legge un recentissimo libro, La legge e la coscienza di Mino Martinazzoli, edito da La Scuola. 

Il libro raccoglie tre brevi saggi scritti da Martinazzoli in momenti diversi ma che si accomunano per l’alto senso civico ed etico che li pervade. Tre saggi che traggono spunto da pagine bibliche e dalla grande letteratura e che ci svelano la sapienza umanistica di un intellettuale prestato alla politica. 

I tre saggi che La Scuola ha voluto riunire in La legge e la coscienza rendendo omaggio al politico bresciano scomparso nel 2011 sono Mosè: la libertà e la legge, Elogio di Nicodèmo, Per una requisitoria manzoniana. 

In Mosè: la libertà e la legge Martinazzoli, nel descrivere il faticoso percorso del profeta che si fa portavoce della parola divina dinanzi al popolo di Israele, riflette sulla sofferenza della responsabilità individuale di chi è chiamato ad assumere scelte che facciano prevalere il bene sul male e di come il diritto si specchi nella dignità umana.

In Elogio di Nicodèmo Martinazzoli riabilita una figura rimasta nell’ombra e nell’ambiguità, quella appunto di Nicodèmo, che da razionale uomo di legge del suo tempo dapprima non comprende l’invito di Gesù a rinascere, ma poi intraprende un lento e gravoso cammino interiore che lo condurrà alla conversione. Nella rinascita di Nicodèmo Martinazzoli – riconducendo il suo percorso all’attualità – intravede la lotta col dubbio che ogni uomo di legge e ogni amministratore pubblico deve affrontare per convertirsi alla “spiritualità” delle regole, che non sono fredde e astratte, ma vivificate dall’etica. 

In Per una requisitoria manzoniana l’ultimo segretario della Democrazia Cristiana rilegge il capolavoro manzoniano (per la verità poco conosciuto e oscurato dalle opere più note dell’autore de I promessi sposi) interrogandosi sul conflitto tra la legge e la coscienza dei giudici, che sono chiamati ad applicare il diritto appellandosi alla propria responsabilità mai disgiunta dalla kantiana legge morale. 

In tutti e tre i testi Martinazzoli rivisita brani biblici e testi letterari con un taglio personalissimo che mette in luce la sua ricca cultura umanistica e la sua sensibilità di politico attento ai valori e alla luce dell’etica, senza la quale la cura del bene pubblico rischia di degenerare nel particolarismo o, peggio, nell’oscurantismo e nelle nefandezze del dispotismo. 

Il pregio principale di questo libro, scritto in una prosa scorrevole seppure ricca di rimandi letterari sempre pertinenti e mai fini a se stessi, è quello di esaltare la democrazia e il senso di responsabilità che la permea e a cui occorre richiamarsi per far prevalere le scelte giuste e vitali per la crescita della collettività. 

Leggendolo, si comprende come il mestiere della politica deve coniugarsi alla cultura, che allarga le vedute e fa prevalere la strategia finalizzata alla scelta del bene sui meri tatticismi fonti di interessi di parte o individuali.

 

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