Serena Lao presenta “Vaneddi”, dolci memorie della fanciullezza dell’artista palermitana

 

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Presentato alla Feltrinelli di Palermo il libro Vaneddi, ultima fatica letteraria della scrittrice e cantautrice Serena Lao.

Il 26 maggio scorso, presso la libreria di via Cavour, Alberto Samonà, Lino Buscemi e Tommaso Romano hanno tracciato il profilo del testo, pubblicato da Edizioni Arianna, che ripercorre, mediante la descrizione dettagliata di alcuni angoli del mercato di Ballarò, la stessa storia dell’autrice, che tra i vicoli, i vaneddi appunto, di Ballarò è nata ed ha trascorso gli anni felici dell’infanzia, ossia il “tempo dorato”, come viene definito da Tommaso Romano nella sua puntuale prefazione al testo.

Il giornalista Alberto Samonà ha letto più volte il testo e lo ha descritto come “un libro che anche se hai una giornata piena di impegni, trovi il tempo di leggerlo e di rileggerlo”.

In Vaneddi si rievoca il mito di Ballarò, ossia della Palermo felice fatta da un proletariato cittadino contrapposta alla Palermo felicissima di fine ‘800, quella dei nobili, dell’Esposizione Nazionale e della belleépoque.

È un libro che fa ridere e sorridere quindi, ma che fa riflettere, afferma Samonà, in quanto è ricco di figure archetipiche, dove anche i nomi rievocano un tempo lontano, fatto di luoghi tipici e di personaggi mitici, come il capannone, il signor Pignataru, il signor Desiderio o il signor Sulinu.

La vitalità dei luoghi di Serena bambina si scontra con la solitudine degli stessi luoghi visitati oggi, “lasciati vuoti e privi di umanità”. Ed al ricordo dei personaggi e dei luoghi si affianca la memoria delle tradizioni, ormai perdute o snaturate dall’epoca moderna.

Ecco ad esempio la tradizione dei defunti, ben lontana dalla festa di halloween tanto in voga nel nostro tempo, o del carnevale, con la rappresentazione della storia di “’u nannue ‘a nanna”: riti antichi poco tramandati ma che riprendono vita e colore nel testo di Serena Lao.

Oggi, conclude Samonà, se andiamo in giro per Ballarò non troviamo certo il mercato inciso nei ricordi della Lao; oggi il quartiere appare svuotato e ripopolato ma è difficile dire se l’anima di Ballarò sia perduta, “se c’è il richiamo all’archetipo, l’anima non è morta”, spesso si parla di un vuoto ma esso, è doveroso dirlo, non è un vuoto incolmabile ma riempito con la viva memoria e la ricerca d’identità.

“Sebbene Serena Lao non abbia trovato la Ballarò della sua infanzia, tra cinquanta anni questo libro potrà dare plasticamente l’idea di cosa fosse Ballarò”: così inizia l’intervento del prof. Lino Buscemi, indicando il testo dell’autrice palermitana come un valido strumento per riempire un vuoto della memoria collettiva ricordando che “se non riusciamo a colmare un vuoto del passato spesso non riusciamo a vedere il futuro”.

E l’obiettivo del libro sta tutto qui e viene raggiunto mediante tutti gli elementi possibili, rendendolo davvero unico e completo; vi sono luoghi, ambienti, personaggi, colori “e financo odori e sapori”, in una pubblicazione  ricca di proverbi, di abbanniate, di personaggi caratteristici, di cibi e di giochi dei bimbi dell’epoca, ormai desueti e spesso dimenticati, ma ancora verdi nei ricordi della scrittrice nata nel quartiere dove ebbero i natali Vincenzo Mortillaro, autore del primo vocabolario Siciliano-Italiano, e il famoso Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro.

L’attore Pietro Massaro legge con simpatica partecipazione e coinvolgimento qualche brano tratto dal testo; con “A riffa”, “A fuitina”, l’episodio del capitone o quello dei babbaluci emerge il tono ironico ed al tempo stesso poetico, della narrazione, che fonde pubblico e privato, esprimendo in maniera gustosa e mai retorica ciò che caratterizzava Ballarò nella sua essenza visibile a tutti, e ciò che generava sensazioni ed emozioni uniche nella mente e nel cuore di una bambina di nome Serena.

L’ultimo intervento è del prof. Tommaso Romano, intellettuale e scrittore recentemente impegnato nel Premio letterario Arenella Città di Palermo, organizzato dall’associazione Palermo Cult Pensiero, nel Premio Internazionale Salvator Gotta e nel Premio Silva Parthenia.

Tommaso Romano, autore del recente “Café de Maistre”, vede nell’opera della Lao, un velo di nostalgia, una ricerca del tempo perduto che le appartiene e ci appartiene, per dare la misura che la storia di una città è fatta di luci ed ombre.

“La vis di Serena non è un memoriale fine a sé stesso e l’intenzione non è quella di fare un’indagine sociologica del suo tempo”, continua il prof. Romano; è una ricerca della felicità assaporata in quegli anni, pur difficili ma ricchi di felicità.

“Serena Lao tenta di fare la sua storia e la storia di ognuno di noi” perché in fondo ognuno di noi vive nel proprio ambiente e vive il proprio ambiente, vive quindi il suo quartiere, seguendo lo stesso percorso cognitivo della Lao che guarda le strade e le piazze della sua infanzia, i personaggi e le abitudini con un occhio disincantato ponendo attenzione a ciò che colpisce ed incide, ricordando che la tradizione orale e popolare è molto più importante e incisiva della tradizione cosiddetta colta.

E le usanze affiancate alle cerimonie, sono ben descritte nel testo come fatti vissuti e di cui l’autrice ne è stata protagonista o testimone, rappresentate mediante una scrittura accattivante che è frutto del suo dono di dialogo e di confronto.

Nella parte finale di Vaneddi emerge il ritorno all’infanzia secondo un iter percorso a ritroso, una voglia di essere puer aeternus, divenendo poeta di un “eterno ritorno all’eguale” che deve fare i conti con sé stessa anche quando narra di vicende diverse o parla di tutt’altro perché, come sottolinea con forza Romano, “raccontare è in fondo raccontarsi”, ed è il riproporre la vita incorrotta e lontana dalla sazietà e dalla crassezza della borghesia di una Serena ancora infante, una bimba che giocava con il triciclo e che poi lentamente si allontana.

Chiude l’incontro la testimonianza dell’autrice: “Ciò che vi è dentro Vaneddi è tutto vero ed ho voluto raccontare la mia Ballarò”, ci ha ricordato Serena Lao; “in Vaneddi vi è la mia infanzia, i miei giochi in strada, i ricordi di mia mamma tramandatimi quotidianamente” e custoditi in questo scrigno di ricordi alla stessa stregua di una pietra preziosa protetta all’interno di un semplice cofanetto.

Con gli applausi del pubblico termina la presentazione di un testo che sebbene non sia scritto in versi appare altamente poetico e che ripercorre la storia di una città che racchiude un microcosmo, Ballarò appunto, entro il quale è leggibile l’intera storia di una vita, i cui ricordi più dolci e più nitidi sono quelli forse un po’ più lontani, ossia quelli dell’infanzia.


 

 

LIBRI - Serena Lao presenta 'Vaneddi', dolci memorie della fanciullezza della celebre artista palermitana

(ph. Carlo Guidotti)


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