«La strage di New Orleans» nel racconto di Giuseppe Prezzolini


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Giuseppe Prezzolini, La strage di New Orleans, postfazione di Beppe Benvenuto, Barion 2013


 

 

(26 novembre 2013) – Un pogrom perpetrato da una folla imbestialita contro i “siciliani” accusati di aver fatto fuori uno sbirro invadente. Nell’anno 1891, a New Orleans: città dalla morale incerta, tutta portuale, forse anche per questo “calamita” dell’emigrazione isolana. Un eccidio che fece subito scalpore, suscitò inchieste parlamentari, ispirò romanzi polizieschi e addirittura mise in forse le relazioni diplomatiche fra Roma e Washington. E che stuzzicò l’interesse di un osservatore di vaglia come Giuseppe Prezzolini, dagli anni Trenta professore alla Columbia University, che trovandosi nel 1958 nella città più popolosa della Louisiana si mise a frugare nelle collezioni di giornali locali e tirò fuori un vivace racconto. Una “chicca”, a metà strada fra il reportage di qualità e la ricostruzione storico-critica, adesso pubblicata da Barion col titolo di “La strage di New Orleans”: postfazione di Beppe Benvenuto, che all’intellettuale nato a Perugia (geniale protagonista della rinascita culturale dei primi del Novecento, giornalista, professore, direttore di riviste, intellettuale – lui sì – davvero scomodo) ha già dedicato un ritratto a tutto tondo per i tipi di Sellerio.

A partire da quell’eccidio “il nome di mafia è rimasto collegato con quello degli italiani acquistando anzi forza e diffusione con il tempo”, scrive Prezzolini. L’episodio gli consentì di concludere che l’emigrazione è stata una tragedia, che fra popoli e razze diverse non ci si intende, che gli uomini non sono buoni fra di loro e che forse sono necessariamente cattivi “quando si riuniscono in gruppi e non pensano tanto a sé quanto agli interessi del gruppo…”.

La miccia esplosiva fu l’omicidio del capo della polizia di New Orleans, Dave Hennessey, prima vittima americana della mafia. Hennessey aveva commesso un errore: s’era messo in mezzo a due fazioni di siciliani che si contendevano il “controllo” del mercato della frutta. Un tipo alto, solido, faccia da mastino, baffi neri, capelli appiccicati dalla brillantina, un ciuffo come quello dei “bravi” di manzoniana memoria. Un duro. Uno che sarebbe diventato un gangster, se non si fosse messo dalla parte della legge. E che per colpa dei siciliani lasciò la pelle la sera del 15 ottobre 1891, mentre tornava a casa accompagnato da un amico detective di un’agenzia privata.

A disputarsi il controllo del commercio della frutta nel porto erano due famiglie siciliane, i Provenzano (neanche a farlo apposta) e i Matranga. Pare che lo sbirro parteggiasse per i primi, i quali un giorno avevano farcito di pallottole i Matranga mentre tornavano dal porto in carrozza. Non solo. A Hemmessey si attribuiva il trattamento di vitto speciale che i Provenzano godevano in carcere. Un amico dello sbirro, tale Macheca, siciliano, socio anche lui del club chiamato “Lanterna Rossa” (velato il riferimento alle case di malaffare) mise in guardia Hennessey: fatti i fatti i tuoi, altrimenti finirai “dentro una scatola”. Lo sbirro fece spallucce respingendo con disprezzo l’immagine della bara. Di lì a poco ci sarebbe finito dentro. Quella sera, umida e piovosa, una scarica di fucilate e rivoltellate lo colpì all’improvviso. Hennessey rispose al fuoco con la pistola e, anche se i sicari, che sulla faccia portavano il tradizionale fazzoletto a maschera, gli si avvicinarono e spararono ancora, riuscì a raggiungere l’amico detective, a chiedere aiuto e a sopravvivere fino all’indomani. “Sono stati loro” dirà prima di andarsene all’altro mondo. “Loro chi?”. “I dagoes”. Con questo nomignolo dispregiativo erano designati gli stranieri meridionali dalla pelle scura e dall’accento forestiero: spagnoli, portoghesi, italiani, siciliani.

Scrive Prezzolini: “Finché i siciliani emigrati a New Orleans si erano contentati di sbrigare fra di loro rivalità d’onore e di commercio, la polizia di New Orleans (così detta, per modo di dire) non se n’era molto preoccupata. Ma quando la mafia fu ritenuta causa dell’uccisione del capo della polizia, Hennessey, già bravaccio e attaccabrighe privato, il risentimento popolare divenne così forte che portò ad un celebre linciaggio”. Matranga Carlo fu il primo a essere arrestato (era del resto il maggiore indiziato). Insieme a lui finirono in gattabuia altri venti italiani, tutti amici suoi, tutti – a differenza sua – pesci piccoli finiti qualche volta nella rete della giustizia. Sedici dei ventuno arrestati furono portati davanti a un tribunale. Il clima, fin da subito, non fu dei più sereni. Addirittura un amico del defunto, un irlandese di nome Duffy, scelse uno degli accusati sul quale vendicarsi e, dopo aver chiesto un colloquio, gli tirò un colpo di rivoltella e lo ferì gravemente (sottoposto a sua volta a processo, se la cavò con pochi mesi di reclusione). In ogni caso, dibattimento a parte, la sentenza era già scritta. Nel senso che tutti (l’opinione pubblica, s’intende) erano convinti che i siciliani fossero colpevoli. E tutti non vedevano l’ora che i giurati li dichiarassero tali.

Il processo durò dal 20 novembre 1890 fino al 13 marzo 1891. “Pare che la comunità italiana – racconta ancora Prezzolini -, o almeno quella meglio organizzata e chiamata mafia, avesse sottoscritto somme sufficienti per aver degli eccellenti avvocati e degli investigatori (poliziotti privati). Furono ascoltati 319 testimoni. Il giudice stesso esonerò Matranga. Gli altri furono tutti assolti dai giurati”. La città non perse tempo a organizzare la vendetta. Nacque un comitato di vigilanza che si dichiarò responsabile di tutto quel che sarebbe avvenuto. Vennero distribuite le armi. Non mancarono arringhe incandescenti. Parola d’ordine: ammazzare gli italiani. “La ragione dell’eccidio fu l’indignazione della cittadinanza per il verdetto del giurì”.

Osserva il fondatore de La Voce: “Se si potessero discutere le azioni delle masse al lume della ragione e del diritto, ci sarebbe da osservare che il giurì era stato scelto con molta cautela, aveva agito liberamente, e che non vi era dentro, si capisce, neanche una rappresentanza della razza italiana”. L’accusa lanciata al giurì? Quella di essere stato “corrotto”. Gli italiani, cioè i siciliani, cioè la mafia, avrebbero sborsato i piccioli per compare l’assoluzione. Così una folla inferocita di 6000 persone, il 13 marzo 1891, si radunò davanti alla statua del patriota Clay in Canal Street. In venticinque penetrarono nelle carceri dove soggiornavano i reclusi. Il guardiano della prigione aprì le celle. E fu subito carneficina tra il vociare della folla esultante. A proposito di folla, chiosa Prezzolini da par suo: “Una folla è nulla, di per sé. Non credete mai che una folla abbia pensato o deciso o agito: c’è sempre qualcuno che la guida e la dirige. Qualche volta, come un cavaliere folle, prende la mano”. 

 

 

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