Troccoli freschi con pesto trapanese e ciavuru di mari

 

Ti vogghiu cunturina storia d’amuri, ma prima risolvimi ‘stu busilissisi; secunnu tia, può una soave fanciulla con il volto dal pallore di perla, i capiddi biunni, gli occhi celesti e un corpicino esile sembrare, anche solo lontanamente, una picciuttedda siciliana? Immagino la tua risposta: all’epoca dell’invasione dei longobardi dei goti o dei visigoti, sì.

Ecco, la baronessa di Carini accussì la vedeva Luigi Natoli nel suo immaginario. Il sommo scrittore dei Beati Paoli pare faccia la descrizione di una svedese più che di una siciliana classica, da luogo comune.

Per non di meno, all’ingiro dell’episodio di cronaca iddu formula una sua personale versione della leggenda che ammanta la vicenda con uno strano intreccio; scàngia la figlia con la madre seguendo un filone tutto suo. Mi sono documentata, studiando e scartabellando ho saputo che non fu il solo. Mi sorge il dubbio sulla veridicità della storia.

In ogni caso fu commesso un omicidio e la verità sulla morte della nobildonna ancora non si conosce. Liggìa che addirittura un ispettore dei giorni nostri ha indagato su questo “caso”. Non si tratterebbe di una “banale” storia di corna ma addirittura ci sarebbero risvolti economici. ‘Nsumma un altro il luogo comune smentito; il delitto d’onore, se ne va a farsi benedire avvalorando l’ipotesi di un fattu di picciuli.

Intanto l’episodio di cronaca parla chiaro: nel dicembre del 1543 ‘a picciuttedda Laura Lanza che a 14 anni si nnì stava bedda tranquilla nel suo palazzo di Trabia, va in sposa, con un matrimonio combinato, a don Vincenzo II La Grua-Talamanca, barone di Carini. L’amore non sbocciò tra i due sposi ma tra idda e un cugino del marito; il vero amore ammucciato fu scoperto in un giorno di sole, nelle stanze del vecchio maniero abbarbicato sulla rocca che sovrasta il golfo di Carini. Un panorama mozzafiato si gode da lassù, un mare di ulivi dalle foglie d’argento salutano Isola delle Femmine e Ustica al largo.

Cu fu a uccidere la fimmina? Non è cosa da poco sciogliere ‘sta matassa, si dice che fu il padre ma si nutrono sospetti anche sul marito. Non lo sapremo mai, ci vulissi uno Sherlock Holmes di turno per ripercorre indietro i fatti di più di 450 anni fa.

Ma a tingere di giallo la vicenda c’è n’autra cosa: la leggenda racconta che a ogni 4 dicembre, anniversario della morte della baronessa, nella stanza dove fu uccisa “affaccia” l’impronta della mano ‘nsanguliata, ella si toccò la ferita incredula e barcollante si appoggiò al muro.

Mah, secunnu mia molto prosaicamente, ogni quattro dicembre una buatta di vernice rossa salta fuori da qualche agnuni del castello dando una bella rinfrescata alla manuzza.

A mmia le storie d’amore accussì non mi sono mai piaciute, figurati quelle dove “lei” muore, no no, si perde il senso di bellezza che appartiene alla passione e il fiabesco alone.

Piuttosto càngio storia, scelgo un libro di avventura o di cucina e non ci penso più.

Troccoli freschi con pesto trapanese e ciavuru di mari

per 8 cristiani:

un kg di troccoli freschi, è una pasta che non cresce in cottura, ci nni voli assai

6 pomodori grossi rossi

mezzo chilo di sarde fresche

60 g di mandorle con la buccia e tostate in forno

2 spicchi di aglio di Nubia

origano secco o fresco

farina di rimacinato

pepe macinato al momento

sale

olio extra vergine d’oliva

100 g di mollica di pane secco

30 g di caciocavallo fresco, grattugiato

un cucchiaino di zucchero

Prepara il pesto sbollentando i pomodori, elimina la buccia e i semi, taglia a quadrucci e metti da parte. Nel mortaio pesta l’aglio con una presa di sale, gira fino a ottenere una crema, unisci l’origano e le mandorle, poche alla volta, pesta e gira schiacciando il pestello lungo le pareti del mortaio, aggiungi due cucchiai d’olio e continua a girare, unisci il pomodoro, mescola e aggiungi ancora un paio di cucchiai d’olio e il pepe.

Prepara la mollica atturrata: metti un giro d’olio in un padellino, aggiungi il pane secco grattugiato e lo zucchero. Mescola per evitare di bruciare tutto, appena è pronto ed ha assunto bel colore ambrato, spegni il fuoco.

Infarina le sarde dopo averle lavate, aperte a libro e diliscate, friggile nell’olio caldo per pochi istanti, scolale su della carta assorbente e tienile al caldo.

Cuoci la pasta in abbondante acqua salata. Scolala al dente per carità, mettila dentro una cofana con il condimento, aggiungi un po’ di acqua di cottura della pasta e mescola bene. Impiatta e decora con un ottavo delle sarde fritte, servi con la mollica atturrata usata come se fosse formaggio e poi mi cunti.


Copyright © 2016 - Testo e foto CLAUDIA MAGISTRO - scorzadarancia.it

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La cucina della tradizione siciliana è percorsa dal ciavuru d’intrecciate dominazioni. In questa terra assolata nel mezzo di tre mari, greci, saraceni, normanni, spagnoli, borboni e francesi ficiru, a loro agio, li comodi so’. Il titolo, curiusu per una rubrica di cucina, anela alla raffinatezza dei francesi, mutuato dalla sostanza dei siciliani. Scorza d’arancia è un foodblog e un libro di ricette scritto, curato e fotografato da Claudia Magistro, architetto paesaggista che in cucina ha ritrovato il suo giardino, tra erbe aromatiche e spezie che solleticano il naso. Questa rubrica sarà percorsa da profumi, evocazioni e racconti in uno stile di vaga “camilleriana” memoria, fra tradizione, innovazione e l’amore per la buona cucina.

"Scorza d'arancia" è ogni domenica online su sicilypresent.it 


 

 

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