La mostra “Migranti, la sfida dell’incontro” giunge a Termini Imerese. L’Opera Don Calabria nella testimonianza di Tecla Scandura

La mostra “Migranti, la sfida dell’incontro” è giunta a Termini Imerese, settima tappa del tour siciliano che si concluderà a giugno.

I trentanove pannelli in esposizione saranno visitabili all’interno della Chiesa Santa Croce al Monte (in piazza Umberto I) fino al 12 aprile.

L’iniziativa prevede anche dei Meeting Point International con gli alunni del C.P.I.A. (Centro Provinciale Istruzione Adulti) Palermo 2, di nazionalità pakistana, nigeriana e somala, che daranno testimonianza diretta della loro esperienza in Sicilia. Gli incontri si svolgeranno nella Chiesa S. Maria della Misericordia tutti i giorni, ad eccezione del sabato e della domenica, dalle ore 9.30 alle ore 12.30. La mostra è corredata da alcuni video di testimonianze di migranti che sono riusciti ad integrarsi in Italia e di dati statistici sull’immigrazione anche riferiti alla nostra situazione regionale.

L’allestimento termitano si inserisce nell’ambito dei progetti Young Factor, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, e di Custodi, finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ai sensi della Legge n. 383.

L’arrivo e la esposizione a Termini si deve all’associazione Il Segno, la cui presidente è Maria Concetta Buttà, e si avvale per l’occasione della collaborazione della comunità ecclesiale cittadina e di vari istituti scolastici termitani, ovvero l’I.I.S.S. N. Palmeri, l’I.I.S.S. G. Ugdulena, l’I.I.S.S. Stenio, l’I.C. Tisia d’Imera e il C.P.I.A. Palermo 2.

Tra le tante collaborazioni raccolte attorno all’iniziativa vi è anche quella dell’Opera don Calabria di Termini Imerese. Tecla Scandura, psicologa, è la responsabile dell’area minori di Termini Imerese di questo Istituto che è nato a Verona nel 1907 e fin dal suo sorgere ha rivolto il suo impegno agli ultimi e soprattutto ai giovani. Dal 1988 è presente a Termini Imerese dove svolge molteplici attività assistenziali. Tecla Scandura vi è impegnata da oltre dieci anni.

La incontriamo tra i pannelli della mostra insieme a Mustafà, uno dei tanti ragazzi seguiti e assistiti in questi anni, la cui storia è raccontata nel volume che accompagna la mostra.

“Mustafà – dice – è con noi da quasi due anni; fortemente motivato ad imparare velocemente l’italiano, tramite la scuola media che frequenta in paese, è venuto in contatto con l’esperienza di “Portofranco”, ove giovani studenti termitani fanno doposcuola gratis a tanti loro quasi coetanei”.

E qual è la sua storia?

È simile a quella di altri ragazzi che sono da noi e tutte insieme dimostrano come sia stato possibile in questi anni di attività dare loro una prospettiva di vita futura dopo l’arrivo in Sicilia. È una storia emblematica: ci piace raccontarla per spiegare che è possibile entrare, seppur pian piano, a pieno titolo nella nostra vita di italiani e di costruire insieme il futuro del nostro Paese, che speriamo presto diventi anche il loro. Ma non è l’unica”.

Per esempio?

Per esempio quella di un ragazzo di 18 anni che viene dal Gambia. Ha manifestato da subito una passione per la cucina in genere e i dolci in particolare. Mentre studiava per prendere la terza media, ha iniziato un percorso di apprendistato con un pasticcere termitano. In meno di un anno, questo incontro è stato trasformato, per volontà del datore di lavoro, in un contratto part time a tempo indeterminato. Oggi è un punto di riferimento non solo per i giovani del nostro centro, ma per i tanti giovani del nostro paese”.

Qual è il segreto del suo impegno professionale?

Per dare una prospettiva di vita, non solo un futuro economico a queste persone che arrivano in condizioni più che disperate, ci vogliono tre cose. La prima è lo Stato che con le sue regole, i suoi finanziamenti e il suo sostegno accompagni il nostro lavoro, dandoci la certezza che i contributi arrivino per tempo, le istituzioni preposte facciano bene il loro lavoro, che sappia intervenire quando la devianza assume forme e patologie, su cui noi non possiamo più far nulla.

E poi?

Il secondo pilastro siamo noi, gli operatori, con le nostre strutture, i nostri servizi, la nostra professionalità, la nostra capacità ad affrontare e comprendere problemi spesso più grandi di noi, senza chiudere gli occhi e il cuore sul dolore e le sofferenze che portano con loro, accompagnandoli per una parte del loro viaggio.

E il terzo elemento?

La terza risorsa è la società attorno a noi, la rete di persone che ci sostiene e rende possibili i cambiamenti. Se non vogliamo trasformare le nostre strutture di accoglienza in finte prigioni queste devono essere aperte al sostegno di quanti vi abitano attorno.

E chi sono?

Sono associazioni, parrocchie, movimenti, ma anche tanti normali cittadini in grado di dare una mano, anche perché senza il loro aiuto il nostro lavoro sarebbe monco.

Che vuol dire?

Che se non c’è l’intervento congiunto e coordinato di tutti questi soggetti, il risultato del complesso processo di integrazione è impossibile da raggiungere.

Sì, bello, ma quanti ne potete seguire?

Non è problema di numero. Questa complessa vicenda si gioca non sulla quantità dei casi affrontati, ma sulla qualità del nostro rapporto con loro. Se ormai tutti sono d’accordo che con questa realtà le future generazioni devono fare i conti, a che serve far finta di nulla?

E allora?

Allora bisogna avere il coraggio di fare l’incontro. Non possiamo accontentarci di accoglierli e basta. Bisogna incontrarli. Ed incontrarli nella vita.

È possibile visitare la mostra dal lunedì al sabato, dalle ore 8.30 alle ore 13.30 e dalle ore 17.30 alle ore 20.30, e la domenica, dalle ore 9.30 alle ore 13.30 e dalle ore 17.30 alle ore 20.30.

 

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