Presentazione giovedì 31 gennaio alle ore 16.00 nell’Aula Magna della Facoltà Teologica di Sicilia de “Ho scelto l’Amore, Una storia, un sì, un’avventura”, un libro intervista a suor Nunziella Scopelliti fondatrice delle “Suore del Bell’Amore”

 

presentazione libro ho scelto l amore 2

Katia Mammana ha realizzato con Suor Nunziella una lunga intervista in occasione dei 25 anni del riconoscimento da parte del Cardinale Pappalardo di questo ordine religioso femminile, nato a Palermo e presente in molte nazioni. Presentiamo la prefazione dell’Arcivescovo di Palermo mons. Corrado Lorefice.

La mistica del noi.

Ci sono molti modi per un vescovo di avviare una relazione forte con la propria Chiesa locale: pastorale, culturale, sacramentale, nuziale, di comunione. Appunto quest’ultima via, la via di comunione, genera dei legami forti, dei legami determinanti nella vita di un vescovo: legami di corresponsabilità, legami di collaborazione, legami di partecipazione, e anche legami di eredità, di profezia, e infine di amicizia. Finanche legami di santità. Tra questi legami veri e forti, e buoni, che mi sono stati dati in dono qui a Palermo, il legame con il Bell’Amore custodisce un legame di santità posto alle radici della vita di questa Chiesa locale palermitana: il legame di comunione con il cardinale Pappalardo.

Fu infatti proprio il cardinale ad accogliere il viaggio spirituale e di carisma della carissima suor Nunziella, fu sempre lui a dare casa al carisma e alla fondazione, ponendo come unica condizione un legame di maternità, la Casa Madre infatti doveva trovare casa proprio a Palermo. La Chiesa dalle origini vive del legame tra madri, icona lo è il dialogo tra la madre Maria e la madre Elisabetta, dialogo che conduce entrambe le donne alla lode, alla preghiera, alla gioia, alla esperienza piena dello Spirito Santo, al fatto che per Dio nulla è impossibile, e che, per grazia, le ha rese madri entrambe. La Chiesa Madre di Palermo accoglie e dà casa alla Casa Madre del Bell’Amore, espressione ed interpreti di tale maternità spirituale della Chiesa sono stati il cardinale Pappalardo e madre Nunziella. Come ad Ein Karem, villaggio di Elisabetta e casa di Giovanni Battista, così a Palermo.

«Dovrete quindi dare alla vostra vita una intonazione e un livello di alta spiritualità; quanto più ampi sono i vostri contatti ed orizzonti, tanto più profondo deve essere il radicamento dell’Amore di Dio nel vostro cuore. Veramente dovete essere, come si esprime l’apostolo Paolo nella lettera agli Efesini, “radicati e fondati nella carità” (3,17) o come in quella ai Colossesi, “ben radicati e fondati nel Signore Gesù e saldi nella fede (2,7)».

Il discernimento di maternità pastorale nel dare casa al carisma, nell’accasare il Bell’Amore, il cardinale lo compie con due ragioni precise: la domanda di alta spiritualità e il profondo radicamento del cuore nell’Amore di Dio. Un discernimento dunque interamente verticale, verso l’alto e verso la profondità, ovvero legare, grazie a questo carisma, il cuore e la spiritualità. Il cardinale intuisce che questa fondazione può diventare per tutta la Chiesa palermitana un cuore spirituale, un’esperienza che radica profondamente in Dio. Si tratta della verticalità della Chiesa intera, le sue radici e la sua spiritualità. Nel segno del carisma di questa famiglia religiosa il cardinale riconosce il disegno di una via spirituale delle radici nell’Amore di Dio, per tutta la Chiesa di Palermo.

Altezza e radici, cielo e terra, il tema della bellezza si trasfigura verso il tema delle relazioni, l’incontro tra cielo e terra avviene solo nella bellezza della carità. In questa prospettiva si apre la seconda dimensione frutto del discernimento operato dal cardinale: gli orizzonti dei contatti.

Esiste dunque un avvenimento delle cose spirituali dentro le relazioni umane, dentro i contatti, a cui il cardinale consegna le misure della missione, ovvero la scelta dell’ampiezza. Ampi contatti e orizzonti, significa uno spirito profondamente missionario che esprime quella mistica del noi, così cara a Papa Francesco, e così vicina e prossima alla spiritualità del Bell’Amore. La mistica del noi, via spirituale indicata da Francesco per tutti gli ampi orizzonti e contatti della Chiesa, è il modo con cui intendo farmi prossimo, perché successore di Pappalardo, in questa relazione di reciprocità materna tra la nostra Chiesa e il nostro carisma, icona concreta della relazione di reciprocità materna tra Elisabetta e Maria.

Ora è tempo di gioia.

In verità il libro-intervista conosce anche una motivazione storica di celebrazione: i 25 anni della Fondazione dell’Istituto religioso del Bell’Amore. La lettura di queste pagine consegna la percezione che tutto è avvenuto veramente in tempi brevi, esperienza rara per la prudenza di discernimento che si attua riguardo le nuove fondazioni e i nuovi carismi. Prudenza di discernimento ragionevole, perché la Chiesa è chiamata a comprendere le radici spirituali di questo carisma, cioè il suo legame vero con lo Spirito Santo. Il carisma deve essere riconosciuto come dono dello Spirito per la vita spirituale e di testimonianza di tutta la Chiesa.

Il testo racconta qui di una successione di eventi, di aperture, di disponibilità, di partenze, di arrivi, avvenuti in pochissimo tempo.

La sorpresa diventa meraviglia e stupore quando si legge questa divina avventura alla luce dei tempi vocazionali del vangelo e dunque di legame di sequela e di conversione che Gesù ha proposto ai suoi discepoli, da Matteo a Zaccheo, da Giacomo e Giovanni a Pietro e Bartolomeo, da Maria di Magdala a Maria di Betania. Vocazione e conversione nel tempo del subito.

Cosa non altro è la storia di suor Nunziella se non una storia di conversione vocazionale? Non dunque la figura della conversione legata alla vicinanza con il peccato e la debolezza, non dunque la conversione da una religione ad un’altra, ma una conversione dentro la vita religiosa, da un Istituto alla fondazione di un altro Istituto, sentendo forte l’appello di Dio, di raggiungere un’altra terra, una terra nuova, una terra promessa, una nuova congregazione che da lei doveva avere cominciamento.

Questa nuova terra raccoglie figlie da diversi continenti, ovvero nasce già come una carne missionaria, una terra di missione per il dono della vocazione alle sue figlie, ecco la congregazione nuova del Bell’Amore.

Le radici profonde e le altezze spirituali si reggono, rimangono, in una carne, in un corpo, in una terra che è missionaria dalle origini, cioè che ha i confini delle ampiezze. Gli ampi orizzonti e i contatti, ovvero le relazioni, diventano l’esperienza dei confini delle origini. Una carne missionaria, ecco la storia e il corpo della fondazione del Bell’Amore.

Madre Nunziella nel suo testo spesso usa il verbo “diffondere” per il nascere della congregazione. Una congregazione che si diffondeva prima ancora di nascere rivela come sempre che il bene si diffonde in ragione proprio del suo essere bene, è la metafisica della carità, e nel diffondersi il bene mostra e rivela il senso dell’azione missionaria di tutta la Chiesa.

Le radici missionarie del Bell’Amore, grazie alla storia e alla carne e alla cultura delle sue figlie, sono elementi preziosi che devono spingere la meraviglia a diventare ringraziamento al mistero stesso di Dio, mistero di relazione, che in ragione proprio dell’Amore ha spostato, aperto, ampliato, dilatato i suoi confini divini con la creazione e con l’incarnazione. Il continuo allargare gli orizzonti di Dio per noi è l’esperienza di origine custodita e donata alle origini di questa fondazione. Qui la missione si fa relazione, qui la missione si fa tempo. Certo, noi siamo tutti abituati al tempo che diventa grazia, è infatti l’azione liturgica e sacramentale della Chiesa, tuttavia, qui il tempo diventa relazione, il tempo diventa missione, il tempo diventa carità, il tempo diventa bellezza, il tempo diventa amore. Ora è tempo di gioia. Il tempo del giubileo della fondazione dona il tempo di gioia. Questa parola così cara al nostro Papa: la gioia della buona notizia, la gioia della verità, la gioia dell’amore, per noi la gioia del tempo. Ora è tempo di gioia.

La buona notizia e la buona carne.

Suor Nunziella parla di una “particolare vocazione all’Amore che Dio (le) aveva messo nel cuore” e poi collega questo al “lasciarsi vivere da Maria”: «La comunione con Maria ci porta ad amare Gesù, con e in lei, ovunque la fede ce lo mostra presente. Per camminare sulla via della santità, a cui tutti siamo chiamati, non dobbiamo tanto puntare sulle virtù morali, quanto sulla fede nel mistero dell’incarnazione per entrare in esso. Dio Trinità ci rende partecipi della sua vita trinitaria nel Verbo incarnato per Maria».

Esiste una ricerca spirituale precisa che traspare da queste pagine, la ricerca di Dio, del suo mistero, della sua vita trinitaria. Una ricerca della porta per accedere alla casa di Dio. Diventare ospiti di Dio. La porta individuata, da cui passare, come già per Teresa d’Avila anche qui, è il mistero dell’incarnazione, è l’umanità di Gesù. In questo viaggio di fondazione però la ricerca delle origini si trasfigura nel bussare alla porta dell’incarnazione, all’inizio dell’umanità di Dio, al legame di principio fra la Parola e la carne.

Qui l’immagine della porta si consegna alla esperienza spirituale del grembo: Maria diventa il tempo dell’incar-nazione. Le parole di suor Nunziella su Maria, tempo dell’incarnazione come inizio e come legame, come radici e come altezze, storia del grembo che ha accolto Dio e lo ho rivestito di carne e di umanità, sono così somiglianti al Concilio, alla Lumen gentium, che danno consolazione e speranza per una ricezione carismatica del Concilio, oltre che accrescitiva. Il tema della santità, il tema della reciprocità di maternità tra Maria e la Chiesa, sono così presenti in queste pagine di testimonianza che mi convincono nell’affermare che questa fondazione appartiene allo spirito del Concilio, forse più chiaramente alla spiritualità conciliare, forse più profondamente al dialogo fra Spirito e Chiesa che è avvenuto come evento nel Concilio. Il Concilio è infatti il farsi evento della Parola dono dello Spirito alla Chiesa, Maria è il grembo del farsi carne della Parola come dono dello Spirito, l’Istituto è, senza una non debole analogia, il farsi carisma concreto della Parola del Bell’Amore come opera dello Spirito.

Il legame di materna reciprocità tra Maria e la Chiesa, dono dello Spirito, ci conduce a riconoscere l’Istituto come opera dello Spirito. Lumen gentium, al numero 8, ci insegna che lo Spirito vive con la Chiesa una relazione non debole che assomiglia alla relazione che il Figlio di Dio ha vissuto con la sua carne, con la sua umanità, con la sua storia. Suor Nunziella riconosce che legarsi a Maria significa proprio partecipare a questo legame profondo che in Maria è cominciato in modo unico, singolare, irripetibile, per tutti, salvezza, riconciliazione, il legame del Figlio di Dio con la sua e la nostra carne, sua e nostra perché carne di Maria, carne da Maria.

Lasciarsi vivere da Maria, espressione profondamente mistica, diventare Maria, significa legare la propria carne alla carne di Gesù. Il legame di origine dell’incarnazione, il tempo che si fa carne, il tempo di Maria, diventa il legame di vita, il legame di testimonianza, diventa la carne buona, la buona carne. La buona notizia diventa la buona carne. Meraviglioso legame, meraviglioso scambio, meravigliosa testimonianza. L’istituto è opera dello Spirito secondo il tempo dell’incarnazione dove la Buona notizia, la Parola, in Maria è diventata la Buona Carne.

L’incarnazione accede alla bellezza dell’amore attraverso la bontà. Quanto il mondo oggi, tutti, abbiamo bisogno di uomini e donne buoni! Buoni per carne, per umanità, buoni per volontà, custodi e testimoni dell’annuncio degli angeli nella notte di Betlemme, legati a Maria, donna a cui fu annunciata la bontà della sua carne, sua e di Gesù, opera dello Spirito, un giorno di luce a Nazareth.

Il grembo di pietà.

Le pagine e i gesti del magistero di prossimità di Papa Francesco, le mie pagine e i miei gesti di legame pastorale con Palermo, continuamente ricordano, in modo opportuno e alcune volte fastidioso, il dono teologico del sacramento dei poveri, perché per Francesco e anche per me, i poveri sono categoria teologica prima che sociologica, sono dono prima che emergenza. Così mi sono riconosciuto nella bellissima espressione di suor Nunziella secondo cui “bellezza e povertà vanno insieme”. È il legame con la povertà che consegna alla bellezza il suo compito di profezia. È la povertà che trasfigura la bontà in bellezza e la rende profezia. Sono i poveri il vero tesoro di una Chiesa locale. Su questa via che attraversa la bontà e conduce alla bellezza c’è spazio anche per la povertà come esperienza di Dio. Bontà, bellezza, povertà. Tre categorie di esperienza spirituale, non lontane dalla realtà, non separate dalla pastorale, ma profondamente radicate in quel soffio leggero che lo Spirito pone come dono dentro la vita e il cuore di ognuno di noi, soprattutto dei poveri, che sono anch’essi una categoria teologica.

La bellezza coniugata alla povertà genera la dignità. La dignità dei poveri è opera buona di bellezza. A guardare bene su questa via dove avviene l’incontro tra bellezza e povertà, dove si genera la dignità dei poveri, affiora come esperienza lungo la strada dell’umano, di quell’umano riflesso dell’incarnazione, la profondità e la tenerezza della pietà. La pietà fra gli uomini, la pietà fra gli ultimi, la pietà fra i bisognosi, ci rende interamente umani, e in questo capaci di accogliere l’incarnazione del Figlio di Dio tra di noi. La pietà della carne è capace di Dio, è capace di dare carne al Figlio di Dio, la pietà è la carne della Parola di Dio. Meraviglioso legame che la bellezza custodisce tra la carne di Maria, grembo senza macchia, e la carne di pietà, coscienza dei buoni. Di questo legame la bellezza si fa custode, e in questo deposito di bellezza Dio pone la dignità dei poveri come suo sigillo e come suo compiacimento.

A tale riflessione mi conduce un momento della vita di suor Nunziella, in cui si aprono nuove prospettive vocazionali: «Il 21 maggio 1972 qualcuno ha rotto con un gesto insensato il naso della statua della Madonna della Pietà di Michelangelo. La Pietà mi è apparsa come il simbolo della Chiesa di quel momento. Il restauro di un particolare della statua ha reso bello non solo il naso, che staccato dall’insieme era insignificante, ma il tutto. Allora ho capito ciò a cui Dio mi chiamava: avrei lavorato con ardore a rendere bella una porzione della Chiesa … per far bella la Chiesa intera».

A san Francesco capitò che il Crocifisso di san Damiano gli chiedesse di riparare la sua casa, qui la Pietà di Michelangelo chiede alla nostra suora di restaurare l’opera bella che è la Chiesa. La missione del restauro, il compito della bellezza, la cura del volto del Crocifisso ritornato nel grembo della madre come morto, come corpo senza vita, ci consegna il compito di riscattare, di restaurare appunto, la bellezza di ogni povero crocifisso e senza forze.

Il grembo di Maria, madre di Gesù sino alla fine, grembo capace di accogliere il corpo senza vita del Figlio prima del sepolcro, per porlo poi nel sepolcro come amato e non semplicemente come morto, diventa dignità di quel Bell’Amore che consegna il Figlio alla morte come ancora amato, ogni figlio, perché, nella bellezza e nella dignità di un grembo di amore più forte della morte, Dio possa porre il suo respiro di risurrezione, e restituire al Figlio la vita piena. La pietà, grembo di Maria, pone nel corpo dell’amato perché Figlio e non perché morto, la speranza della risurrezione, speranza che la pietà del grembo dona ad ogni figlio. Oltre la croce, prima del sepolcro, il grembo di pietà, speranza di risurrezione. Ecco rivelarsi fino in fondo la bellezza della pietà, domanda di risurrezione, di restauro, di dignità per ogni figlio.

Il Bell’Amore chiede l’altissima vocazione di essere Maria per Gesù. «Essere Maria per Gesù per generare Dio in carne; questo secondo me è il senso profondo di tutte le realtà veramente umane: essere Maria».

Infine, generare è un verbo che ricorda il mistero trinitario, il legame del Figlio non solo con Maria, ma anche con il Padre, legame nello Spirito. Mi conforta il discernimento che, ormai 25 anni fa, il segretario della Congregazione dei religiosi consegnò alla nostra suor Nunziella: «il Segretario della Congregazione dei religiosi mons. Erráruriz mi ha detto che la novità legata alla mia esperienza spirituale era sintetizzabile in tre punti fondamentali: la comunione trinitaria, un certo modo di vivere il rapporto con Maria, una visione della persona umana nella sua corporeità vista in Dio, alla luce del mistero dell’incarnazione».

Concludo facendo mia una speranza pastorale di bellezza che fu già di Paolo VI, quando era vescovo di Milano, «che le nostre comunità ecclesiali siano un ambiente dove tutte le cose che si pensano sono belle … dove tutte le cose sono splendenti»

Corrado Lorefice

Arcivescovo di Palermo

Palermo, 19 marzo 2018

Solennità di San Giuseppe, sposo di Maria ª

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