L’orologio della memoria

 

«La memoria è tesoro e custode di tutte le cose», scrive Cicerone.

Lasciamo che stia sospeso per anni sulle pareti delle nostre case, dei nostri uffici, delle nostre stanze; qualcuno se lo porta dietro persino addosso, con l’illusione di dominarlo. Qualcun altro ne fa un sopramobile elegante, da tenere sopra il pianoforte: per darci meno importanza. Trascorriamo le nostre giornate guardandolo, senza alcuno stupore, con grande presunzione, come se il suo rumore nelle nostre case o sopra i nostri polsi sia cosa da poco: normale. Lo abbiamo pensato, lo abbiamo disegnato, lo abbiamo inventato, eppure non lo conosciamo affatto: l’orologio.

Al mattino è così semplice lasciare il letto alla stessa ora, e spesso per lo stesso motivo, che a stento lo guardiamo: ci sentiamo già in ritardo. Ogni ora, segnata da solo dodici numeri, corrisponde, bizzarramente, a un frammento breve e unico della nostra intera esistenza, ma noi non ci diamo peso: è tardi, e dobbiamo andare. È tardi, è sempre tardi: qualunque ora sia. Ci siamo ormai convinti che quello strano macchinario ci sia nemico, o avverso, tiranno, sadico, malefico, ma nessuna invenzione, nessun’altra al mondo, possiede invece quello spirito di eterea generosità come l’orologio.

Basterebbe poco: basterebbe vivere. Vivere. Ogni giorno ciascuno di noi cerca qualcuno per parlare di quanto sia difficile il suo di vivere; siamo egoisti, e non ce lo diciamo. Ignoriamo la bellezza che ci circonda: ce ne dimentichiamo un po’ ogni giorno, ora dopo ora. Se solo imparassimo a fermarci di tanto in tanto, tra una corsa giusta e un’altra errata, la vita si fermerebbe, senza passare via. Basterebbe vivere. E l’orologio, che sta sempre lì, come un amico fedele, noi lo interpretiamo male. Viviamo ogni ticchettio come un sadico ghigno, ma il tempo, fra tutte le cose vive, è la prova più forte delle grandiosità della vita. Da secoli lo guardiamo vanamente persuasi che ci voglia ricordare ogni istante di non avere abbastanza tempo: non abbiamo mai pensato invece che magari è nato, e sopravvissuto nei secoli, per sussurrarci ogni secondo: “Hai ancora tempo”. Ogni ticchettio, ogni colpo di lancetta, non fa che ripetercelo, per dodici ore, senza sosta, senza tregua: ovunque.

E l’orologio parla alla memoria come il vento agli alberi, sempre, in ogni momento: che nevichi o tuoni. La memoria: anche a questa abbiamo smesso di dedicare tempo. Ci dimentichiamo di ciò che ci rende felici per la paura, la folle paura, di non avere abbastanza tempo: di dover andare via. Ma via dove? Lontano, lontano dal tempo che passa, e dall’orologio. Amiamo la vita e la temiamo: la inseguiamo e ne fuggiamo. Basterebbe poco: basterebbe vivere. Le nostre città, i nostri volti, i nostri fugaci passaggi lungo i marciapiedi, sono attimi, attimi che non avranno copie, mai.

Se solo ci rendessimo conto che anche un passante, uno qualunque, non sarà mai lo stesso del giorno prima, che non lo rivedremo mai, forse comprenderemmo che vivere e amare qualunque istante o persona è la ricchezza più grande e la certezza più forte che possediamo. Il tempo ci lascia sempre del tempo; non cessa un attimo, lungo tutto una giornata, di ricordarci che abbiamo ancora tempo. Tutto è mosso dal tempo. Le stagioni, la storia, la vita, la morte, e persino la fede; nessuna cosa come il tempo somiglia alla fede.

Se noi perdiamo le nostre memorie, che altro non sono che i nostri sguardi posati su cose e case, cos’altro ci rimane? Allora saremo condannati a vivere nel dubbio, nella ricerca folle di una maniera per trascorrere il tempo, senza guardare mai l’orologio. Dedicare tempo è la chiave di tutte le cose; è sufficiente fermarsi a dedicare tempo a qualcuno perché il tempo si fermi per permettercelo. Ma siamo egoisti, vigliacchi, e preferiamo fuggire via dal tempo che passa, per non farci tormentare dal dubbio di averne perso tanto. E quando questo accade, tutto si blocca: anche le batterie cessano di alimentare qualsiasi orologio. Cessiamo di amare: ce ne dimentichiamo. È tardi.

Basterebbe poco: basterebbe vivere. Cosa ci rimarrà delle nostre fughe? Cosa ce ne faremo delle nostre incertezze? Cosa ne faremo dei nostri ricordi? Sarà il nulla. Guarderemo l’orologio e ci farà paura; la nostra mente si spegnerà di colpo, come un quartiere dove va via la luce, e l’inadeguatezza ci sommergerà di agguati, di rimorsi, di presunti errori, e tutto sarà perduto: persino la fede. Ma a noi basta poco: a noi basta vivere. Ci basta un balcone, un balcone all’alba da cui guardare la città, sorridendo, e pensare: “Ho ancora tempo”.

Cerchiamo i miracoli, in tutti i modi possibili, e ignoriamo di vederne milioni ogni giorno. Le angosce ci attraggono, più delle gioie; le misuriamo in grandezza, e vediamo grandi sempre e solo le angosce del nostro mondo, della nostra vita. Le contiamo, le vendiamo: e il tempo passa. Ma se solo ci fermassimo, di tanto in tanto, a guardare i nostri quartieri, i visi dei passanti, le città che abbiamo costruito, i nostri amici, le nostre mogli, i nostri figli, la nostra umanità, che ci appartiene e contiene tutti, allora niente sarebbe perduto, e la memoria troverebbe pace con tutti gli orologi. La felicità non è nulla di astratto, vive con noi, nasce con noi, e coincide col tempo che noi decidiamo di dedicarle. Possiamo essere felici: non sarà mai troppo tardi, perché la vita vive nel tempo e il tempo vive della vita che noi trascorriamo dedicando tempo a qualcuno. Basterebbe poco: basterebbe vivere.

Siamo in tempo, e lo saremo sempre, così come nella fede: perché l’orologio ci aspetta tutti i giorni, e da sempre, perché «Dio ci ha donato la memoria, così possiamo avere le rose anche a dicembre».

 

Foto di Stefania Grigoli

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