Si chiude oggi il Processo diocesano di Canonizzazione del giudice Rosario Livatino. Conversazione con don Giuseppe Livatino

 

Oggi mercoledì 3 ottobre 2018 si tiene ad Agrigento la Sessione pubblica di chiusura del Processo diocesano di Canonizzazione del Servo di Dio Rosario Angelo Livatino, ucciso dalla mafia 25 anni fa. Abbiamo posto al postulatore della causa, don Giuseppe Livatino, alcune domande.

Partiamo dall’inizio. Quando e come è sorta la proposta di avviare il processo di beatificazione?

Già nel 1993 l’allora vescovo di Agrigento, Mons. Carmelo Ferraro, aveva dato incarico alla Prof.ssa Ida Abate, insegnante di latino e greco del Servo di Dio al liceo, di raccogliere testimonianze su Rosario Livatino. Nel 2010 l’Associazione “Amici del giudice Rosario Angelo Livatino ha chiesto ufficialmente al vescovo Mons. Francesco Montenegro di avviare l’inchiesta diocesana di canonizzazione, indicando il sottoscritto come postulatore. Nel giugno dell’anno successivo il vescovo ha annunciato l’apertura del processo diocesano, che è stato iniziato con la sessione pubblica del 21 settembre 2011 nella parrocchia S. Domenico in Canicattì, la stessa che il Servo di Dio frequentava abitualmente.

Chi sono stati i soggetti proponenti? Sono rimasti gli stessi o se ne sono aggiunti altri in corso d’opera?

“Actor causae” è stata e rimane l’Associazione “Amici del giudice Rosario Angelo Livatino”, fondata nel 1995 dalla Prof.ssa Ida Abate.

Su quali elementi di giudizio e dati di fatto ha lavorato la Commissione fino ad ora?

Prevalentemente sulle testimonianze dei compagni di classe del liceo, degli insegnanti, dei colleghi magistrati e di avvocati, così come di altre persone che hanno “raccontato” la figura del Servo di Dio. Inoltre, il Tribunale ecclesiastico diocesano nominato dal vescovo ha analizzato gli scritti editi di Livatino, cioè le due conferenze pubbliche su: “Il ruolo del giudice nella società che cambia” (1984) e “Fede e diritto” (1986). Infine, sono stati analizzati i suoi scritti inediti, cioè le agendine consegnate nella prima metà degli anni 90 dalla mamma del giudice alla Prof.ssa Abate.

Come vi siete mossi nella numerosa quantità di documenti da lui lasciati?

Non è stato così semplice. L’ufficio di Postulazione ha trascritto i contenuti delle sue agendine, impiegando diversi mesi: gli appunti erano stati scritti a matita e la grafia di Livatino era piuttosto minuscola. Il Servo di Dio certamente non avrebbe mai pensato che questo “giornale dell’anima” diventasse oggetto di inchiesta da parte di altri, per cui gli appunti erano scritti solo per riflettere sulle sue giornate e riversare in quelle pagine i suoi sentimenti più intimi.

Avete trovato consenso e elementi utili nelle testimonianze di quanti avete chiamato a parlare?

Assolutamente sì. Pur avendo cercato anche testimonianze contrarie all’eventuale beatificazione, nessuno ha deposto in questo senso. Del resto, nella sua condotta di vita coerente sia dal punto di vista professionale che cristiano, non potevano esistere posizioni contrarie: avrebbe potuto opporsi solo chi, avendo chiesto a Livatino un atteggiamento “morbido” sulle inchieste, aveva ricevuto un garbato ma determinato diniego.

La figura di Livatino è sempre più spesso avvicinata e assimilata a quella di don   Pino   Puglisi.   In   cosa   si   differenziano   dal   punto   di   vista   della testimonianza umana e cristiana?

Le due testimonianze di vita sono effettivamente quasi parallele, dal momento che per Livatino il rendere giustizia “è preghiera, è dedizione di sé a Dio”. Secondo il noto vaticanista Luigi Accattoli, Livatino vive la sua professione di magistrato in una dimensione prettamente “sacerdotale”, poiché è perfettamente cosciente che solo Dio è l’unico, giusto giudice. Nella relazione su “Fede e diritto” scrive esplicitamente: “Il peccato è ombra, e per giudicare occorre la luce. E nessun uomo è luce assoluta”. Rosario è perfettamente consapevole dei suoi limiti umani, tanto da scrivere sulla prima pagina di ogni agenda le lettere “S.T.D.”, cioè sub tutela Dei. Egli si pone costantemente “sotto lo sguardo di Dio”, perché lo sostenesse nel suo difficile e delicato compito di giudicare. Puglisi fa fino in fondo il suo dovere di sacerdote, e la sera della sua uccisione risponde serenamente ai suoi killer: “Vi aspettavo”. E gira loro le spalle, come per andarsene a casa. Livatino assume un atteggiamento molto simile. Sa di essere nel mirino di Cosa nostra, e che in quei giorni la malavita organizzata stava progettando un “omicidio eccellente”, ma la mattina del 21 settembre 1990 va ugualmente come suo solito in Tribunale senza scorta, con la sua vecchia utilitaria. Raggiunto dai giovani killer in fondo al vallone, prima del colpo di grazia in pieno volto si limita a chiedere: “Ragazzi, che cosa vi ho fatto?”.

Certamente nel caso di Livatino non si può fare ricorso alla formula in odium fidei. Dunque su quali elementi avete fondato il vostro giudizio?

Sì, i suoi killer (uno dei quali ha anche fatto la sua deposizione davanti al Tribunale ecclesiastico) non potranno mai ammettere di averlo ucciso perché cristiano. Gli elementi su cui puntano l’ufficio di postulazione e il Tribunale ecclesiastico sono quelli “super virtutibus”, cioè sull’eroicità delle virtù cristiane vissute dal Servo di Dio. La sua coerenza al Vangelo costituisce un validissimo motivo per elevarlo alla dignità degli altari.

È possibile porre la distinzione tra i due affermando che mentre Puglisi è un profeta, anche perché sacerdote, Livatino è un testimone, anche perché laico cristiano?

Di fatto, entrambi sono chiamati a rendere testimonianza con la vita al Vangelo di Cristo. Col Battesimo, tutti siamo investiti dei “tria munera Christi”, cioè dei tre “doni di Cristo”: sacerdotale, profetico e regale. Come il beato Puglisi, anche Livatino vive in “dimensione sacerdotale” la sua missione di giudice; riesce a coniugare il principio della giustizia con quello della carità, svolgendo un ruolo “profetico” (annunciando cioè nella quotidianità il Vangelo di salvezza), e da laico svolge il suo compito “pregando”, come ho già precisato prima.

Come procederà adesso il Processo?

Chiusa la fase diocesana, adesso le testimonianze, raccolte in oltre quattromila pagine, saranno sottoposte al vaglio della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi, a Roma. Sarà compito del Dicastero vaticano formulare i due primi giudizi: uno formale sulla consistenza delle testimonianze e uno sulla possibilità di sottoporre al Romano Pontefice il decreto di venerabilità.

Si parla da tempo anche di altre personalità che potrebbero essere elevati agli onori degli altari, anche se non martiri: da Sturzo a La Pira. Come si collocano tra loro queste iniziative, a suo giudizio? Che interesse ha la Chiesa a proclamare beati figure come queste citate?

La Chiesa da sempre richiama innanzitutto la Parola di Dio, che nel libro del Levitico afferma: “Siate santi, come io, il Signore vostro Dio, sono santo”. E nel Concilio Vaticano II (al libro V della costituzione dogmatica Lumen gentium) ricorda la “vocazione universale alla santità, per cui, in virtù del Battesimo, ogni cristiano è chiamato alla santità. Concetti confermati nel corso dei secoli anche dal magistero petrino, in modo particolare da San Giovanni Paolo II e, più recentemente, dall’enciclica “Gaudete et exsultate” del Santo Padre Francesco. Le nobili testimonianze di laici (anche impegnati in politica), come quelle di Giorgio La Pira, Alcide De Gasperi e Vittorio Bachelet confermano che è dovere primario di ogni battezzato annunciare il Vangelo con la propria vita.

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