“R Rosalia. Eris in peste patrona”. L’attualità del culto della Santuzza nella mostra a Palazzo Reale di Palermo

“Rosalia torna a casa”. In questa frase sintetica può essere racchiuso il significato della mostra Rosalia. Eris in peste patrona, allestita nelle Sale Duca di Montalto al Palazzo Reale di Palermo, che sarà possibile visitare fino al 5 maggio 2019.

Il Centro Culturale “Il Sentiero” di Palermo domenica 21 ottobre ne ha proposto una visita guidata, grazie alla collaborazione della storica dell’arte Rita Martorana Tusa e di Filippo La Porta, autore dei testi teatrali multimediali che completano il percorso espositivo.

Perché: “Rosalia torna a casa” è stato detto in occasione della inaugurazione della mostra? Perché Rosalia, vissuta tra il 1130 e il 1170 durante il regno di Guglielmo I il Malo e appartenente alla nobile famiglia Sinibaldi, era vissuta proprio alla corte come damigella della regina fino al momento in cui, quando aveva appena 15 anni, venne offerta in sposa e allora con decisione lasciò tutto per abbracciare la vita religiosa inizialmente presso le monache basiliane di Palermo e poi scelse la vita eremitica finendo i suoi giorni in una grotta del Monte Pellegrino.

La mostra non ha uno scopo celebrativo, ma illustra con una dovizia di opere la diffusione del culto della Santa in Sicilia; tutto ciò è attestato dalla ricca iconografia e dalle numerose cappelle e chiesette a lei dedicate presenti in tutta l'isola. Proprio nel momento in cui la città di Palermo fu piagata dalla peste, il 15 luglio del 1624 vennero ritrovate delle ossa; dopo attente analisi ne venne dichiarata l’autenticità come reliquie della Santa e il 9 giugno 1625 vennero portate in processione perché Rosalia intercedesse per la salvezza della città: le guarigioni furono immediate e il contagio si arrestò.

Il popolo di Palermo riconobbe in questo miracolo l’intervento della Santa il cui culto da quel momento si impose sulle altre patrone di Palermo, Sant'Agata, Santa Cristina, Santa Ninfa e Santa Oliva.

Ma torniamo alla mostra. L’esposizione raccoglie le opere dei grandi Maestri - Van Dyck, Novelli, Preti - che hanno celebrato i trionfi di Santa Rosalia e hanno contribuito alla diffusione anche geografica del suo culto oltre i confini dell'isola e dell'Italia. È stata voluta dalla Fondazione Federico II in sinergia con l’Assemblea Regionale Siciliana, l’Assessorato ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana, il Centro per il restauro e l’Arcidiocesi di Palermo, con i prestiti di enti pubblici e collezionisti privati.

Il percorso espositivo illustra la storia di Palermo colpita dalle due terribili pestilenze del 1575-76 e del 1624. Infatti, prima ancora del rinvenimento delle reliquie di Santa Rosalia, la popolazione aveva i suoi tradizionali santi patroni a cui chiedere protezione e liberazione dal morbo, a questi si aggiungevano le cinque Sante Vergini Palermitane, San Rocco e San Sebastiano e in ultimo il culto di San Carlo Borromeo. La cessazione miracolosa della peste a lei attribuita fece sì che Santa Rosalia divenisse la patrona più importante della città. A tal fine sono in mostra esempi illustri della iconografia che la riguarda e che dimostra la grande diffusione del suo culto. A rappresentarla furono chiamati artisti siciliani come il monrealese Pietro Novelli e artisti europei come il fiammingo Anton Van Dyck che si trovava a Palermo al momento dello scoppio della peste e che raffigura Santa Rosalia per la prima volta insieme alle altre sante palermitane nella pala d’altare della Madonna del Rosario.

Al termine del percorso si può assistere a una rappresentazione multimediale sul testo teatrale di Filippo La Porta, un racconto fatto attraverso le parole del pittore Van Dyck, la pittrice lombarda Sofonisba Anguissola, il viceré Emanuele Filiberto di Savoia e il cerusico Demetrio scambiato per untore. Questi personaggi aiutano il visitatore ad un tuffo nel passato per far rivivere la storia della Santuzza come se fosse oggi.

Filippo La Porta, come ha spiegato nel corso della visita, ha voluto attraverso i suoi testi riaffermare con energia la storicità di Rosalia, una donna innamorata di Cristo a cui il popolo di Palermo nel passato ha attribuito la liberazione dalla peste e a cui ancora oggi, a distanza di secoli, si rivolge per chiedere grazie e protezione come dimostrano le migliaia di palermitani che ogni anno a luglio vivono le varie fasi del festino e il 4 settembre, giorno della sua nascita al cielo, il pellegrinaggio a piedi, la tradizionale “acchianata” per la strada vecchia che porta alla grotta di Monte Pellegrino. Insomma, come dice la mostra e come hanno confermato durante il percorso Rita Martorana Tusa e Filippo La Porta, Santa Rosalia non è un mito, ma una donna realmente esistita è una presenza viva ancora oggi e il suo culto, che ha valicato i confini dell’isola, lo conferma.

L’esposizione è arricchita da dipinti che raffigurano la Palermo dei tempi passati e dalla carta topografica cinquecentesca che mostra come allora il criterio alla base dello sviluppo urbanistico fosse religioso, come evidenzia la divisione della città nei suoi quattro quartieri o mandamenti, ognuno dei quali ha una sua Santa patrona, divisione operata nel Cinquecento con il taglio della via Maqueda per ricordare la vittoria dell'esercito cristiano nella battaglia di Lepanto. Questo criterio religioso non era calato dall'alto ma condiviso a tutti i livelli della società e il culto di Santa Rosalia, legato alla liberazione miracolosa dalla peste, è stato espressione di un popolo che ha riconosciuto che di fronte al bisogno più profondo dell’uomo l’unica risposta può venire solo dall’Alto.

 

 

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