Mons. Michele Pennisi ricorda ad un anno dalla morte Nuccio Milazzo: “Nell’esperienza del Banco Alimentare ha profuso pensiero e azione, fede e opere, solidarietà e carità”

 

nuccio milazzo marco lucchini michele pennisi 2

 

Ricorre oggi il primo anniversario della morte di Nuccio Milazzo, noto a molti per l’impegno profuso per circa vent’anni nel Banco Alimentare di Palermo. Una morte improvvisa, inattesa e, secondo il nostro giudizio umano, anche assurda, perché giunta nel pieno del vigore degli anni, mentre era instancabilmente proteso al servizio degli altri.

In questo anno alla sua famiglia si sono aggiunti due nipotini, che lui ovviamente non ha potuto portare in braccio. Ancora una volta la vita e la morte procedono mano nella mano nell’immutabile trascorrere del tempo e ci interrogano nella vana ricerca di una risposta convincente per noi che rimaniamo quaggiù, mentre lui da lassù potrà ripetersi con serafica beatitudine un versetto della canzone di Claudio Chieffo, “Errore di prospettiva”, che spesso ripeteva, forse senza la consapevolezza acquisita da quando ci ha lasciato: “Quando noi vedremo tutto, quando tutto sarà chiaro pensa un po' che risate, che paure sfatate … ”.

Nel corso della lettura del libro intervista che il Cardinale Angelo Scola ha fatto con il giornalista Luigi Geninazzi dal titolo: “Ho scommesso sulla libertà”, mi sono imbattuto in una pagina in cui si dice: “E prego Dio che il desiderio di vedere il suo volto sia più forte della mia paura di morire. Gesù ci ha impedito di fare troppe elucubrazioni su come sarà la vita eterna. Quel che ci ha detto è che saremo sempre con Lui e attraverso di Lui potremo guardare il volto del Padre nella comunione dei santi”.

La certezza che Nuccio sia con Lui e che a noi rimane solo di colmare l’attesa di questo re-incontro è quello che può riempire il presente che ci resta da vivere dall’arrivo di quel momento. Un presente certo non inattivo, ma che va vissuto con tutta l’operosità e l’impegno che la condizione umana richiede, come Nuccio ci ha insegnato. Ed è proprio il ricordo di questo impegno che può consentirci di mantenere viva la sua memoria, definita non appena dalla tristezza della sua mancanza, ma da ciò che è stato per ciascuno di noi e da ciò che ha fatto per ognuno di noi.

Una vita contrassegnata da molteplici impegni, tre i più importanti: quello professionale, quello sindacale e quello sociale, in cui quello affettivo legato alla famiglia e agli amici è stato il fil rouge che tutti li ha uniti e compresi. Mi piace ricordarlo più che per gli ultimi mesi della sua vita per quelli in cui l’ho conosciuto, giovane aderente di Comunione e Liberazione che muoveva i primi passi, insieme ad altri coetanei, in un tentativo nuovo per quel periodo: la presenza di CL nel mondo del lavoro. Eravamo alla fine degli anni ’70 e l’esperienza di Cl iniziava a sdoganarsi dallo stereotipo degli studenti presenti a scuola e nell’università, ed anche in Sicilia, seppur i c. d. “giovani lavoratori” erano uno sparuto manipolo, iniziava un tentativo che ha dato significativi frutti nel corso degli anni.

Aveva iniziato a lavorare in ospedale come infermiere e subito era stato coinvolto nell’esperienza sindacale della CISL di Termini Imerese e di Palermo. Ci incontravamo periodicamente in tante zone della Sicilia per confrontarci e sostenerci in ciò che allora si definiva “presenza nel mondo del lavoro”. Iniziava il pontificato di Karol Wojtyla, un Papa che conosceva bene il mondo del lavoro e il sindacato, come dimostrò in quegli anni e che fu un punto di riferimento certo per tantissimi lavoratori in tutto il mondo. Nuccio ne parlava con ammirazione e quasi con una sorta di invidia e tutto ciò trasferiva sul suo luogo di lavoro e poi nel sindacato. In quegli anni si pensava in grande, si pensava che i cieli nuovi e la terra nuova fossero a portata di mano, che l’esperienza del sindacato Solidarnosc potesse produrre radicali cambiamenti nei rapporti di lavoro, che la politica italiana potesse dare risposta a tutto ciò. Nuccio era sempre in prima linea, ma due cose non abbandonava mai: il legame con la famiglia e quello con la sua terra, la sua città di Termini Imerese e i suoi lavoratori, che conosceva quasi uno ad uno, da quelli della Fiat a quelli dell’agricoltura, da quelli dell’ospedale a quelli del Comune.

Quando con il mio ritorno in Sicilia, prima a Piazza Armerina e poi a Monreale, il nostro rapporto tornò ad essere più continuo e profondo, mi trovai di fronte un uomo nel pieno vigore degli anni, marito e padre innanzitutto, ma soprattutto uomo di fede. La sua appartenenza a Comunione e Liberazione e attraverso esso alla Chiesa, ne avevano fatto un uomo consapevole che “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”, una frase di don Giussani che ripeteva spesso per fare sintesi nella sua vita tra l’impegno verso il prossimo e quello verso il suo cuore.

La sua parabola sindacale subì alti e bassi, (com’è normale che sia), non quella spirituale in cui l’amore alla Chiesa era un punto fermo e un punto originario di tensione e di impegno. L’avvio dell’esperienza del Banco Alimentare a Palermo fece sintesi di tutto quanto aveva vissuto fino a quel momento: pensiero e azione, fede e opere, solidarietà e carità. In essa profuse tempo, fatica, salute ed espresse il suo carattere indomito, pronto ad ogni mediazione, ma mai alla capitolazione. Tre anni fa decidemmo di presentare la Giornata della Colletta Alimentare a Monreale. Furono settimane di continui impegni e appuntamenti. Ci teneva che tutto funzionasse alla precisione, soprattutto però la chiarezza e il valore del messaggio da comunicare. Di lui certamente ricorderemo la caparbietà che talvolta sfociava nella cocciutaggine, l’attenzione che spesso si trasformava in pignoleria.

Di questo e di tanto altro conserveremo un ricordo affettuoso che non ci consentirà di dimenticare ciò che ha fatto e che avrebbe voluto continuare a fare e che certamente sta continuando a fare, essendo stato chiamato a proseguire il suo compito in modi e forme che noi non possiamo immaginare, ma che certamente possiamo desiderare.

Questo ricordo operoso e questa attesa operosa ci consentono di sentilo vicino. Il ritornello della canzone di Claudio Chieffo dice: “Se c'è una cosa che voglio, se c'è una cosa che vale è abitare la tua casa, tutto il resto è banale”. La sua non è stata certo una vita banale, ma ora abita in quella casa in cui anche noi vogliamo abitare.

Mons. Michele Pennisi

Arcivescovo di Monreale

p h logo 355

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per offrire servizi in linea con le tue preferenze. Se non accetti le funzionalità del sito risulteranno limitate. Se vuoi saperne di più sui cookie leggi la nostra Cookie Policy.